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L'ACQUA VALE IL 17,5% DEL PIL MA SE NE PERDE LA META'

Pubblicato il 23 marzo 2021 alle 08.30

Per la Giornata mondiale dell’acqua, 22 marzo, è un fiorire di iniziative, impegni, promesse, richiami, appelli e proclami. Fra tanti documenti spicca quello di The European House-Ambrosetti: il valore dell’acqua è pari al 17,5% del Pil italiano ed è comparabile con il Pil di un Paese come il Sud Africa. Ma l’Italia è un Paese a rischio quando si parla di acqua e sviluppo sostenibile. E le perdite dagli acquedotti sono in crescita perché,

secondo quanto riporta Ambrosetti nel Libro Bianco 2021, frutto dell’Osservatorio Community Valore Acqua per l’Italia, oggi il nostro Paese è al 18° posto in Europa negli indici utilizzati per capire come la gestione efficiente della risorsa idrica impatti sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030, i cosiddetti “goal”.

La mappa della filiera

Il Libro Bianco «Valore Acqua per l'Italia 2021» contiene una mappatura completa della filiera estesa dell’acqua in Italia: i gestori degli acquedotti e chi eroga il servizio, il settore agricolo, gli usi industriali, i fornitori di tecnologia, le istituzioni che governano l’acqua. The European House–Ambrosetti ha riunito dal 2019 questa filiera nella Community Valore Acqua per l’Italia di cui oggi sono partner: A2A, Celli Group, MM, Smat, Acquedotto Pugliese, Anbi Associazione Nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue, Schneider Electric, Sit Group, Fisia Italimpianti–Webuild, Soteco, Rdr, Consorzio Idrico Terra di Lavoro, Brianzacque, Padania Acque e Maddalena.

I numeri dell’acqua

Il Libro Bianco è frutto della raccolta dei dati economici pluriennali di 2 milioni di aziende operanti nella filiera estesa dell'acqua, per un totale di oltre 50 milioni di osservazioni, ed evidenzia che il fatturato del settore del ciclo idrico esteso nel periodo 2013-2019 è cresciuto del +4,4% in media all'anno, raggiungendo un valore di 21,4 miliardi di euro.

Da un punto di vista occupazionale cresce annualmente (sempre nel periodo 2013-2019) del +1,7%, il doppio rispetto a quello ottenuto dalla media delle imprese italiane e superiore alla media del settore manifatturiero, che è rimasto sostanzialmente fermo nel periodo (+0,1%).

In pratica, se si considerasse il ciclo idrico esteso come un unico settore, si posizionerebbe come 2° comparto industriale per crescita occupazionale nel periodo 2013-2019, su 50 settori censiti.

Pochi investimenti e acquedotti vecchi

Purtroppo il settore soffre di un limitato tasso di investimento. Con 40 euro per abitante all’anno (rispetto a una media europea di 100 euro), l’Italia è agli ultimi posti nella classifica europea per investimenti nel settore idrico, davanti solo a Romania e Malta. Le infrastrutture idriche sono vecchie e inefficienti.

Circa il 60% della rete idrica nazionale ha più di 30 anni e il 25% ha più di 50 anni.

Il 47,6% dell’acqua prelevata per uso potabile viene dispersa: 42% solo nelle reti di distribuzione, 10 punti percentuali in più di 10 anni fa, rispetto al 23% della media europea.

L’Italia beve in bottiglia

L’Italia è un Paese fortemente idrovoro con l’aggravante di uno spreco quasi sempre incontrollato. Con 153 metri cubi l’anno pro capite, l’Italia è il secondo Paese dell’Unione Europea per prelievi di acqua ad uso potabile (due volte superiore rispetto alla media europea).

Inoltre, con 200 litri pro capite consumati all’anno, è il primo Paese al mondo per consumi di acqua minerale in bottiglia (rispetto a una media europea di 118 litri), nonostante la qualità dell’acqua che esce dai nostri rubinetti sia la migliore d’Europa.

I rischi del clima

Da un punto di vista della sicurezza nazionale, l’acqua costituisce una reale vulnerabilità: il 21% del territorio nazionale è a rischio di disseccamento e desertificazione con eventi siccitosi sempre più frequenti che stanno colpendo le principali fonti idriche del Paese.

Il Libro Bianco sottolinea che l’Italia è a elevata vulnerabilità climatica, intesa come la scarsa capacità di adattamento a eventi legati al cambiamento climatico.

Next Generation e altre buone idee

Le opportunità di rilancio esistono e sono lungo quattro direttrici che dettano una vera Agenda per l’Italia. I fondi Next Generation EU, prevedono nel Recovery Fund un investimento di circa 20 miliardi di euro.

Un aggiornamento delle tariffe per finanziare in modo trasparente gli investimenti sulla rete infrastrutturale: un aumento di 10 centesimi della tariffa, che oggi è di 2,08 euro per metro cubo, potrebbe consentire 350 milioni di euro di investimenti nel ciclo idrico e circa 3.400 occupati, pesando per poco più di 8 euro addizionali l’anno per famiglia.

La transizione all’economia circolare, che punta sul riciclo e riuso delle acque, sulla captazione delle acque piovane e sullo sfruttamento virtuoso dei fanghi di depurazione.

Campagne informative. La transizione verso un sistema delle acque italiane più smart e sostenibile passa attraverso l’educazione dei cittadini.

Nel Mezzogiorno poca fiducia

Un terzo delle famiglie italiane continua a non fidarsi di bere l’acqua dal rubinetto, con picchi del 60% nelle Regioni del Sud (nello specifico, in Sardegna), mentre la gran parte delle famiglie italiane sottostimano il reale utilizzo medio, imputandosi meno della metà dell’utilizzo di acqua giornaliero: una famiglia di 4 componenti stima un utilizzo di 177 litri di acqua al giorno quando l’effettivo utilizzo è di oltre 500 litri.

Un convegno (web) il 23 marzo

Il Libro Bianco 2021 è stato presentato il 23 marzo nel corso di un Forum (https://eventi.ambrosetti.eu/valoreacqua2021/) con Valerio De Molli (Ambrosetti), Luca Mercalli (Società meteorologica Italiana), Silvia Bartolini (Commissione Europea), Edoardo Borgomeo (Università di Oxford), Ilaria Casillo (Commission Nationale du Débat Public), Andrea Guerrini (European Water Regulators Wareg), Federico Properzi (Un-Water), Alessia Rotta (Camera dei deputati), Alessandra Smerilli (Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium) e Benedetta Brioschi (Community Valore Acqua per l’Italia).


FONTE: SOLE24ORE



LA PROCEDURA LIQUIDATORIA NELLE SOCIETA' DI PERSONE

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 15.50

Lo scioglimento della società comporta il passaggio dallo stato produttivo a quello liquidatorio dove il patrimonio sociale deve essere utilizzato:

1) per estinguere i debiti sociali

2) per ripartire l'eventuale residuo tra i soci.

In sostanza, il verificarsi dello scioglimento della società non comporta l’estinzione della stessa (cass., 18964/2013) bensì la sostituzione dello scopo lucrativo con quello liquidatorio (cass. n. 24955/2013).

Come specificato nella sentenza della Cassazione n 8599/2003, diversamente dalle società di capitali dove la procedura di liquidazione è obbligatoria per legge, nelle società di persone tale procedimento non è posto dalla legge in modo assoluto in quanto i soci possono evitarla optando per una delle seguenti soluzioni alternative:

  • Procedendo ad una divisione concordata tra i soci;
  • Chiedendo al giudice la definizione dei reciproci rapporti;
  • In presenza di una specifica clausola statutaria.

Per le società di persone il procedimento di scioglimento e liquidazione costituisce la regola obbligatoria dove, però, i soci sono liberi di stabilirne le modalità di liquidazione sia in via preventiva (clausole statutarie) sia successivamente (accordo tra i soci). Pertanto il ricorso al procedimento liquidatorio formale è possibile solo ove manchi l’accordo dei soci o gli stessi preferiscono avvalersene.

La successiva cancellazione della società di persone non comporta lo stesso effetto in relazione ai debiti sociali, per i quali si determina un fenomeno di tipo successorio in dipendenza del quale i soci sono gli effettivi titolari dei debiti sociali alla luce della loro responsabilità illimitata. Quindi l’ordinamento da una parte stabilisce la data in cui la società si estingue mentre dall’altra tutela i creditori accollando ai liquidatori, agli amministratori e ai soci, le responsabilità originariamente poste in capo alla società, relativamente ai debiti non soddisfatti con le attività risultanti dal bilancio finale di liquidazione.


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POSSIBILE OMOLOGA FORZATA DELL'ACCORDO IN CASO DI DINIEGO DELL'ERARIO

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 15.10

Il Tribunale di Forlì 15.3.2021 ha disposto l’omologazione dell’accordo di composizione della crisi, a norma dell’art. 12 co. 3-quater L. 3/2012, nonostante il voto negativo espresso dall’Amministrazione finanziaria, la cui adesione era decisiva, e in ragione della convenienza della proposta rispetto all’alternativa liquidatoria.

Due gli aspetti principali su cui si soffermano i giudici: la mancata adesione e la convenienza della proposta rispetto all’alternativa liquidatoria.

Sulla scia del Trib. La Spezia 14.1.2021, la mancata adesione da parte dell’Erario, nell’ambito dell’accordo di composizione della crisi, deve intendersi come espressione di un voto negativo, posto che l’inerzia equivale ad un voto positivo. Circa la valutazione della convenienza rispetto all’alternativa liquidatoria, la cui verifica è demandata alla relazione dell’OCC, la proposta, interamente basata sul ricorso alla finanza esterna, risultava maggiormente conveniente rispetto alla liquidazione del patrimonio.

La pronuncia evidenzia come il sindacato dell’Erario in merito alle maggiori capacità reddituali e consistenze patrimoniali del finanziatore, astrattamente disponibili a servizio della proposta, non possono giustificare il diniego dell’Erario, dal momento che di tali risorse non vi sarebbe traccia nell’alternativa procedura di liquidazione del patrimonio.


FONTE: EUTEKNE



RISTORANTI, POCHI FONDI PER I SETTORI IN ATTESA

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 10.25

Ristoratori (quasi) a bocca asciutta in fatto di sostegni. Il Dl approvato venerdi dal Consiglio dei ministri, infatti, non prevede consistenti contributi dedicati in modo specifico alla categoria. Che, ormai da fine ottobre non solo è a “mezzo servizio”, ma è anche costretta a un’altalena di aperture e chiusure in linea con l’andamento dei contagi e i colori delle Regioni.

Il fondo per le attività più colpite

Stando al testo del Dl Sostegni, i pubblici esercizi potranno fare domanda per ottenere i contributi a fondo perduto - che tuttavia le associazioni di categoria vedono insufficienti in termini di importi, troppo limitati in proporzione alle perdite registrate - e ad essi verrà destinata una porzione dei 200 milioni che vanno a confluire, per il 2021, in un fondo per supportare i business maggiormente colpiti dalla crisi derivante dalle restrizioni anti-Covid: attività commerciali e di ristorazione nei centri storici, ma anche imprese che operano nel settore dei matrimoni e degli eventi. Un tesoretto che, a seguito di un decreto del ministero dell’Economia, sarà poi distribuito dalle Regioni e dalle province autonome.

Il decreto mette a budget anche un incremento di 250 milioni per il Fondo per il sostegno e lo sviluppo delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura per cui la legge di Bilancio 2021 aveva stanziato 150 milioni, probabilmente “avanzati” dalla rimodulazione del fondo ristorazione. Ma non ci sono indizi che lasciano immaginare che una parte dei 400 milioni previsti dal Dl Sostegni come ristoro per le attività del settore possa andare a progetti per rilanciare la filiera da monte a valle, che includano i ristoranti.

Una filosofia già incarnata dal fondo per la ristorazione introdotto dal decreto Agosto (Dl 104/2020) con uno stanziamento di 600 milioni di euro, successivamente ridotti a 450 milioni - divisi su due anni - dal decreto Ristori-quater (Dl 157/2020): un contributo a fondo perduto da 1.000 a 10mila euro per attività di ristorazione (ma anche agriturismo, catering) che avessero acquistato prodotti made in Italy.

Il contributo ai richiedenti nei numeri

Il fondo ristorazione, tuttavia, ha subito un percorso piuttosto travagliato - complici tempistiche dilatate che si sono sovrapposte, di fatto, alle chiusure dei ristoranti e alla crisi del governo Conte II - che non si è ancora concluso: delle circa 47mila domande pervenute - la maggior parte, circa 30mila, online sul Portale della ristorazione gestito da Poste Italiane - attualmente risulta liquidata solo la prima tranche. Il ministro Stefano Patuanelli, titolare delle Politiche agricole, in un question time alla Camera lo scorso 10 marzo, ha comunicato che solo 12.700 richiedenti (quindi poco più di un quarto) hanno già ricevuto il 90% del contributo atteso e, dopo aver fornito la documentazione prevista dalla normativa, riceveranno il restante 10% entro la fine del mese di marzo. Il che porterà a 87 milioni la somma complessiva delle erogazioni. La cifra liquidata a oltre tre mesi dalla chiusura del bando (15 dicembre) e a sette mesi dall’introduzione del bonus è ben lontana dai 450 milioni che il Mipaaf ha assegnato ai richiedenti (e, indirettamente, dovrebbero ricadere sulla filiera alimentare).

L’anticipo e i problemi di liquidità

Lo confermano i ristoratori: «La misura di per sé non ha avuto grande successo, sia per la complessità della documentazione da produrre sia perché le richieste per ottenere il contributo sono state aperte tardi, quando ormai molti ristoranti erano chiusi - spiega Matteo Musacci, vicepresidente di Fipe -, ma la cosa più importante è che la maggior parte dei richiedenti non ha ancora ricevuto l’anticipo in un momento in cui la liquidità scarseggia. C’è chi ha acquistato prodotti made in Italy per supportare la filiera contando sul contributo, e ora si trova in difficoltà a saldare le fatture ai fornitori». Sperando quindi in altri sostegni.

 


FONTE: SOLE24ORE



NELLO SHOPPING E' QUASI UN ADDIO AL CONTANTE

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 09.35

I pagamenti diventano sempre più a portata di smartphone. Cresce infatti l'utilizzo di dispositivi mobili e di device indossabili per saldare il conto, anche come conseguenza dell'emergenza sanitaria che ha portato molti consumatori ad abituarsi ai canali digitali e a quelle modalità che consentono di evitare contatti quando si fa shopping.

Lo scenario in Italia. Secondo l'ultima edizione dell'Osservatorio innovative payments della School of management del Politecnico di Milano, nonostante un calo generalizzato dei consumi di oltre il 13%, i pagamenti digitali nel 2020 hanno raggiunto un totale di 5,2 miliardi di transazioni, passando dal 29% al 33% del valore totale dei pagamenti in Italia con 268 miliardi di euro (-0,7% rispetto al 2019) e aumentando quindi la penetrazione rispetto al contante, che rimane però ancora il mezzo più utilizzato.

A crescere sono stati soprattutto i pagamenti in modalità contactless con carta (+29% in termini di valore transato, raggiungendo 81,5 miliardi di euro) e quelli in negozio tramite smartphone e device indossabili (+80%, per oltre 3,4 miliardi di euro): le modalità senza contatto si sono infatti affermate anche come conseguenza della diffusione del contagio da Covid-19.

La chiusura quasi totale delle attività commerciali, degli uffici e dei servizi non strettamente necessari, vissuta durante i mesi di marzo e aprile, ha certamente frenato anche il mondo delle transazioni di pagamento, ma molti italiani in questo periodo si sono avvicinati ancora di più al mondo dell'e-commerce e dei pagamenti online. Il comparto dell'acquisto di prodotti sul web ha segnato, infatti, un aumento del 31% nel 2020, controbilanciato da una crisi della categoria servizi (con un -47%) legata soprattutto alle difficoltà dei comparti dei viaggi e del turismo.

Lo smartphone è il device preferito per effettuare pagamenti da remoto e acquisti online, superando il pc: il mobile commerce raggiunge 15,65 miliardi di euro e una penetrazione sul totale dell'e-commerce del 51%, segno di una sempre maggiore facilita e velocita nell'uso di questo dispositivo.

Tra le novità più interessanti del 2020 c'e anche la sempre maggiore offerta di servizi digitali per le consegne a domicilio, abilitati dai pagamenti digitali, che possono passare per l'invio di un link di pagamento tramite sms o per una chat (Pay by link) o tramite mobile wallet.

Non sorprende che la riduzione della possibilità di movimento abbia colpito molto duramente il settore dei servizi legati alla mobilita. La componente di questi servizi pagata con lo smartphone, dopo anni di crescita, e scesa da 252 milioni di euro a 157 milioni di euro. A registrare il calo maggiore vi sono i pagamenti di taxi (-52%) e la sharing mobility (-43%), seguiti da biglietti per il trasporto pubblico locale (-32%) e dai parcheggi (-13%). Continuano a crescere, invece, le transazioni da smartphone per il pagamento di bollette, bollettini e ricariche telefoniche: il mobile payment per queste componenti aumenta del 30% e supera 1,15 miliardi di euro. Complessivamente, quindi, i pagamenti con lo smartphone fuori dal negozio crescono del 15% e raggiungono 1,3 miliardi di euro.

C'è da osservare peraltro che la riapertura di gran parte degli esercizi commerciali e il ritorno agli acquisti di prossimità nel periodo successivo al lockdown non hanno riportato gli italiani alle precedenti abitudini di pagamento, ma anzi a una sempre maggiore preferenza per i pagamenti senza contatto.

C'è anche da tenere presente che l'ultimo periodo dell'anno e stato caratterizzato dall'iniziativa legata al cashback di Stato a dicembre, uno dei provvedimenti che compongono il Piano Italia Cashless introdotto dal precedente governo. Le iniziative finora proposte riguardano sia i consumatori sia gli esercenti: sono previsti sia incentivi, come per esempio il credito di imposta sulle commissioni pagate dagli esercenti, sia deterrenti, come la stretta sul limite massimo di utilizzo del contante.

Alcune nuove soluzioni. Tra le novità nel settore c'è il lancio di Clearpay in Italia, una soluzione per i pagamenti online che consente ai consumatori di ricevere immediatamente i prodotti che acquistano e di pagarli in quattro rate in un breve periodo di tempo, senza interessi. A livello globale, sono circa 75 mila i retailer che offrono Clearpay (o Afterpay, nome con cui il servizio è disponibile fuori dall'Europa) come soluzione di pagamento a oltre 13 milioni di clienti attivi. Per usare questa soluzione occorre selezionare Clearpay al momento del checkout dell'acquisto digitale, compilare un breve form per ottenere una decisione di approvazione istantanea; il servizio paga al negozio l'intero importo dell'ordine così che lo store possa spedirlo subito e poi divide l'importo in 4 rate che vengono prelevate automaticamente ogni 14 giorni.

Un'altra novità è una soluzione di Revolut (società di tecnologia finanzia) per l'accettazione dei pagamenti in modo immediato e di persona da parte di negozianti, bar, ristoranti e altre tipologie di imprenditori, utilizzando i QR code.

Gli esercenti possono utilizzare la loro app Revolut Business per generare un QR code che il cliente può scansionare con la fotocamera del telefono, il tutto mantenendo la distanza di sicurezza. Il cliente riceverà un messaggio che gli consentirà di scegliere tra Apple Pay, Visa o Mastercard e potrà quindi completare il pagamento dal proprio dispositivo iOS o Android.

Tra le app innovative di pagamento via smartphone che si stanno diffondendo c'è per esempio Satispay: per usarla occorre scaricarla sul proprio smartphone e registrarsi inserendo i propri dati identificativi e l'iban del conto corrente; una volta iscritti e impostato il budget di cui si desidera disporre sull'app, è possibile pagare presso esercenti fisici e online convenzionati, scambiare denaro con i contatti della rubrica telefonica, effettuare ricariche telefoniche; pagare i bollettini, i servizi della pubblica amministrazione e il bollo auto e moto, donare a enti no profit e accumulare piccole somme di denaro in modo automatico.

Nell'ambito dei portafogli digitali, di recente Stocard ha inaugurato il servizio di pagamento Stocard Pay in Italia.

L'app Stocard serve a gestire le carte fedeltà e ricevere buoni sconto e con il nuovo servizio gli utenti possono ricevere una Mastercard virtuale direttamente nell'app con cui procedere ad acquisti e pagamenti, trasferendo il denaro sul proprio account anche tramite l'iban, oltre che con tutte le carte di credito e debito più diffuse. Oltre ai pagamenti con lo smartphone nei punti vendita, Stocard Pay consente di effettuare transazioni online attraverso l'utilizzo della carta Stocard.


FONTE: ITALIAOGGI



L'ABI A GENTILONI: PROROGARE MORATORIA SUI PRESTITI DI IMPRESE E FAMIGLIE

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 08.15

Prorogare le moratorie sui prestiti a imprese e famiglie, in scadenza a fine giugno, perché la crisi del coronavirus non è ancora finita. Lo ha chiesto il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, al commissario europeo all'economia Paolo Gentiloni in un incontro per "illustrare gli sforzi del mondo bancario in Italia per la resistenza alle conseguenze economiche della pandemia e per sostenere ogni premessa di ripresa".

Patuelli, accompagnato dal direttore generale Giovanni Sabatini, ha sottolineato a Gentiloni "come il prolungamento e l'aggravamento della pandemia debbano far prolungare i provvedimenti finanziari d'emergenza predisposti per imprese e famiglie".

Il presidente dell'associazione bancaria "ha quindi chiesto che la commissione europea si esprima a favore del prolungamento delle moratorie, che sarebbe sbagliatissimo dovessero già interrompersi a giugno, quando la pandemia e i suoi effetti economici non sono certo conclusi".

Patuelli e Sabatini "hanno fatto inoltre presente che nei giorni scorsi la presidente Bce, Christine Lagarde, e la Banca d'Italia si sono pubblicamente espresse a favore del prolungamento delle moratorie, la cui decisione spetta agli organi della Ue, fra cui l'Eba, l'Autorità bancaria che dispone le regole per tutta la Ue sia di area euro sia con monete nazionali".

Secondo la Fabi, a fine giugno, quando scadranno le moratorie su quasi 300 miliardi di euro di prestiti bancari, "c'è il rischio che 2,7 milioni di imprese e famiglie si trovino improvvisamente sull'orlo del sostanziale dissesto finanziario".

"Tra circa 100 giorni termina l'ultima proroga, introdotta dal governo con la legge di bilancio 2021, della norma che ha consentito dall'inizio della pandemia di congelare le rate dei finanziamenti di 1,3 milioni di aziende per 198 miliardi e di 1,4 milioni di cittadini per 95 miliardi: in totale oltre 293 miliardi". "A causa di una serie di vincoli - spiega però il sindacato dei bancari - approvati dall'Autorità bancaria europea (Eba), in vigore da gennaio, il prossimo giugno dovranno essere applicate nuove stringenti regole sulla gestione dei non performing loan: la consequenziale interruzione delle moratorie, non più prorogabili, comporterà che almeno una quota rilevante dei soggetti con le rate attualmente sospese, in assenza di liquidità necessaria a rimborsare gli arretrati, possa essere classificata dalle banche in posizione di default". Con i dati della Task force liquidità aggiornati al 10 marzo, la questione riguarda 2,7 milioni di posizioni debitorie (prestiti) di imprese e famiglie clienti di banche che hanno presentato richiesta di sospensione dei pagamenti delle rate sfruttando la possibilità concessa dal decreto Cura Italia, varato l'anno scorso all'inizio dell'emergenza coronavirus. Una misura "che si è rivelata utile e indispensabile per assicurare liquidità aggiuntiva alle aziende (1,3 milioni) e ai cittadini (1,4 milioni)".


FONTE: ITALIAOGGI



CON I FIGLI UNDER 16 A CASA, DIRITTO AL LAVORO AGILE SENZA ACCORDO DATORIALE

Pubblicato il 19 marzo 2021 alle 14.15

Con il DL 13.3.2021 n. 30 vengono disposte misure per contrastare l’attuale pandemia e, in particolare, per il sostegno alle famiglie interessate:

- dalla sospensione dell’attività didattica del figlio;

- dall’infezione da COVID-19 del figlio;

- dalla quarantena di quest’ultimo disposta dall’ASL a seguito di contagio ovunque avvenuto.

Per le ragioni sopra elencate, dal 13.3.2021 al 30.6.2021, il DL 30/2021 dispone:

- la possibilità, per i lavoratori dipendenti genitori di figli conviventi minori di 16 anni, alternativamente all’altro genitore, di svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile, per una parte o per l’intero periodo di sospensione, infezione o quarantena del figlio;

- la fruizione del congedo speciale, qualora non sia possibile lo smart working;

- la possibilità di fruire del bonus baby sitting, pari a 100,00 euro complessivi a settimana, spettante a determinate categorie di lavoratori dipendenti e autonomi.


FONTE: SOLE24ORE - EUTEKNE



REDDITO DI CITTADINANZA, SPESI OLTRE 12 MILIARDI

Pubblicato il 19 marzo 2021 alle 10.25

La lotta alla povertà verrà potenziata con i prossimi provvedimenti del governo: un miliardo sul Reddito di cittadinanza e tre mesi in più di Reddito d'emergenza, quello con requisiti meno stringenti che va da 400 a 800 euro. Alle porte c'è però una profonda rivisitazione del Rdc, misura bandiera del primo governo Conte in quota M5s, che il neo ministro Andrea Orlando ha già messo in cantiere, con tanto di comitato tecnico scientifico per risolvere i problemi. Che vanno dalla scala di equivalenza che penalizza le famiglie numerose a soglie di sussidio troppo basse per il Nord (dove la povertà è esplosa con la pandemia) e troppo alte per il Sud (dove di fatto si disincentiva il lavoro).

 

In attesa di questi interventi, i numeri dell'Inps danno l'idea della dimensione del fenomeno del disagio sociale ed economico. A febbraio, secondo l'aggiornamento dell'Osservatorio dell'Istituto della previdenza, sono oltre un milione le famiglie che hanno percepito il reddito di cittadinanza a febbraio per 2,3 milioni di persone coinvolte e 564 euro medi a nucleo. La diminuzione del numero dei nuclei rispetto al mese precedente (1,2 milioni a gennaio) si deve all'aggiornamento della dichiarazione sostitutiva unica (DSU), indispensabile per poter proseguire con l'erogazione del beneficio, che può essere stata presentata in ritardo o aver provocato la decadenza del beneficio.

 

Da aprile 2019 a febbraio 2021 sono stati spesi per il reddito e la pensione di cittadinanza 12,28 miliardi, emerge dall'Osservatorio. In totale sono state pagate dall'introduzione della misura più di 23 milioni di mensilità. Il mese nel quale si è speso di più è stato gennaio 2021 con oltre 691 milioni erogati.

 

 

 


FONTE: REPUBBLICA



A UN ANNO DAL COVID L'INDUSTRIA EMILIANA RIPARTE

Pubblicato il 19 marzo 2021 alle 09.40

Riparte l’industria emiliana, dopo un intero anno a fare i conti con gli effetti della pandemia, e prevede una crescita del 7% quest’anno, dopo il -11% del 2020. Al traino di macchine automatiche, biomedicale, ceramica, i distretti chiave del tessuto produttivo tra Modena, Bologna e Ferrara rappresentato da Confindustria Emilia. Che ha appena presentato i risultati del quinto Osservatorio sull’impatto del Covid-19 per le imprese (l’indagine dà voce a 713 aziende associate, per l’84% manifatturiere, che rappresentano quasi 55mila addetti e 23 miliardi di euro di fatturato): i dati confermano un miglioramento del quadro rispetto al primo questionario distribuito a marzo 2020, quando il 94% del campione prevedeva un 2020 in calo (a consuntivo la percentuale scende al 63%) e quando quattro imprenditori su cinque segnalavano pesanti flessioni degli ordini (quota scesa ora al 35%).

 

La nuova ondata emergenziale di inizio anno porta però gli industriali della via Emilia a prevedere un maggior ricorso ad ammortizzatori sociali (il 28% utilizzerà a Cig da qui a giugno) e a smart working (il 56% delle aziende) «Abbiamo settori che sono molto a rischio e che è importante continuare a sostenere, ma ce ne sono altri che devono ritrovare una pseudo-normalità e devono avere più autonomia anche sul fronte dei licenziamenti», spiega il presidente di Confindustria Emilia Valter Caiumi presentando l’Osservatorio.

 

A circa un anno dal blocco dei licenziamenti, «è arrivato il momento di cominciare a gestire qualche eccezione – aggiunge – il momento è difficile per tutti ma si deve iniziare a ragionare di un’apertura progressiva a pseudo-autonomie le imprese. La logica del “tutto chiuso o tutto aperto” credo che non funzioni in nessuna materia». La pandemia ha dato anche una spinta al commercio digitale: il 21,7% delle imprese, in particolare nel settore moda e farmaceutica ha investito per sviluppare o potenziare le piattaforme e-commerce. Sul fronte sicurezza, «il modello organizzativo ha tenuto – rivendica Caiumi – e le imprese non vengono più vissute come luoghi a rischio contagio bensì come strutture dove si lavora in sicurezza». Il 37% del campione ha infatti effettuato campagne di screening sui lavoratori con percentuali di adesione molto alti (73%) e non senza costi per le casse aziendali: i test sui contagi Covid hanno inciso per il 5% sulle spese per il personale.

 

 

 


FONTE: SOLE24ORE



DECRETO SOSTEGNI: STRALCIO DELLE CARTELLE FINO AD EURO 5.000

Pubblicato il 19 marzo 2021 alle 08.10

A poche ore dal Consiglio dei ministri chiamato a varare il dl sostegno, si media nel governo per sbrogliare uno dei nodi sul tavolo: lo stralcio delle cartelle fiscali fino a 5000 euro risalenti al periodo 2000-2015.

Ipotesi stralcio cartelle

L'ipotesi che sta prendendo quota nelle ultime ore, e che sarebbe avallata dal ministro dell'Economia Daniele Franco, è quella di abbassare l'asticella a 3000 euro, riducendo il periodo temporale di riferimento agli anni che vanno dal 2000 al 2010, riferiscono fonti di governo. Ma le stesse fonti sostengono che la proposta di mediazione potrebbe generare il malcontento della Lega e del M5S, ritrose ad abbassare la soglia e anzi convinte della necessità di portarla più su, fino a 10mila euro.

Risorse per l’acquisto dei vaccini

Salgono ancora le risorse nel dl sostegni da destinare all'acquisto di vaccini e farmaci anti-Covid, avvio della produzione italiana, campagna vaccinale e fondi per la gestione commissariale e la logistica del piano. La bozza del provvedimento circolata in mattinata prevedeva 4 miliardi destinati a questa voce, ma nelle ultime ore le risorse sarebbero lievitata sfiorando i 5 miliardi, per l'esattezza a 4,8.


FONTE: LA STAMPA




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