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Rassegna stampa

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DRAGHI PRESENTA I SUOI MINISTRI

Pubblicato il 13 febbraio 2021 alle 08.50

l premier incaricato Mario Draghi è arrivato alle 19 di questa sera al Quirinale dove ha sciolto la riserva e e ha consegnare al presidente della Repubblica la lista dei ministri che poi il presidente della Repubblica sarà chiamato a nominare. Il giuramento è previsto per domani mattina, sabato, alle 12. Era stata una nota del Colle a dare l'annuncio: "Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, riceverà oggi, alle ore 19.00, al Palazzo del Quirinale, il Presidente del Consiglio incaricato, Professor Mario Draghi". Dopo circa 45 minuti, tanto è durato il colloquio, il presidente del consiglio in pectore. preceduto dal segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, e dal portavoce del Quirinale Giovanni Grasso, ha annunciato: "Vi leggo la comosizione del governo. Federico D'Inca (M5S), Rapporti con il parlamento, Vittorio Colao Innovazione e Transizione digitale, Renato Brunetta (Fi) Pubblica amministrazione, Mariastella Gelmini Fi) Affari generali e auronomie, Mara Carfagna (Fi) Sud, Fabiana Dadone (M5S) Politiche giovanii, Elena Bonetti (Italia viva), Pari opportunità e famiglia, Erica Stefani (Lega) disabilità, Massimo Garavaglia (Lega) Turismo, Luigi Di Maio (M5s) Esteri, Luciana Lamorgese (tecnico) Interno, Marta Cartabia (tecnico) Giustizia, Lorenzo Guerini (Pd) Difesa, Daniele Franco (tencico) Economia, Giancarlo Giorgetti (Lega) Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5S) Politiche agricole, Roberto Cingolani (tecnico) Ambiente-Transizione ecologica , Enrico Giovannini (tecnico) Trasporti e Infrastrutture, Andrea Orlando (Pd) Lavoro, Patrizio Bianchi (tecnico) Istruzione, Cristina Messa (tecnico) Ricerca, Dario Francescini (Pd) Cultura, Roberto Speranza (Leu), salute, sottosegretario di Stato per la presidenza del consiglio Roberto Garofoli".


FONTE: ITALIAOGGI



I CONTRATTI COLLETTIVI NON POSSONO VIETARE IL LAVORO INTERINALE

Pubblicato il 12 febbraio 2021 alle 13.00

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con la circ. 8.2.2021 n. 1, ha affrontato due aspetti relativi al lavoro intermittente, evidenziando che:

- in conformità a Cass. 13.11.2019 n. 29423, le parti sociali non hanno il potere di interdire il lavoro intermittente, con la conseguenza che, nell’ambito dell’attività di vigilanza, non si terrà conto di eventuali clausole sociali che si limitino a vietare il ricorso al lavoro intermittente;

- nel settore dell’autotrasporto, non vi sono previsioni contrattuali che disciplinino il lavoro intermittente.

Dunque, facendo riferimento al punto 8 della tabella allegata al RD 2657/23, si rileva che la discontinuità è riferibile alle attività del solo personale addetto al carico e scarico. Pertanto, nel settore dell’autotrasporto, non ricorrono le condizioni oggettive richieste dall’art. 13 del DLgs. 81/2015, ma se ricorrono le condizioni soggettive (meno di 24 anni di età o più di 55 anni) il ricorso a tale tipologia contrattuale è possibile.


FONTE: ITALIAOGGI - SOLE24ORE - EUTEKNE



CONFINDUSTRIA: L'IRAP HA FATTO IL SUO TEMPO, VA ELIMINATA

Pubblicato il 12 febbraio 2021 alle 10.10

"Oggi l'Irpef, l'imposta principale del nostro ordinamento, sembra uscita dal bisturi del Dr. Frankenstein: tenuta solo dal filo ideale di tassare il reddito personale". E' il giudizio, severo, espresso da Confindustria in audizione in Parlamento sulla riforma dell'Imposta sul reddito delle persone fisiche. "Serve un progetto di riforma a tutto tondo che riguardi non solo l'Irpef ma l'intero sistema fiscale" ha detto Così Emanuele Orsini, vicepresidente dell'associazione delle imprese, aggiungendo però che "le risorse stanziate (2 miliardi l'anno) sono esigue. Recuperare risorse dall'evasione va bene, ma non offre garanzie. Servirà quindi rimodulare il prelievo nelle imposte e tra le imposte del sistema fiscale".

Secondo Confindustria poi è tempo di pensionare anche l'Irap, l'imposta sulle attività produttive che concorre al finanziamento della sanità regionale. "L'Irap è un'imposta che ha fatto il suo tempo. Dopo la cancellazione temporanea dei versamenti del tributo dovuti nel 2020, il Legislatore ha un'occasione storica per eliminarla del tutto. Si avrebbero enormi benefici in termini di semplificazione e attrazione di nuovi investimenti", ha detto ancora Orsini, sottolineando che Confindustria "è pronta a fare la sua parte" · "Anche la tassazione delle imprese va migliorata". ha aggiunto.

Quanto alla patrimoniale, secondo Confindustria il punto non è "se" introdurne una, ma "come riorganizzare le 17 che abbiamo già". "Gran parte del dibattito sull'imposta patrimoniale in Italia si concentra intorno agli immobili residenziali e alla prima casa. Un catasto obsoleto - la cui riforma è lunga e costosa - la congiuntura e le esperienze del passato invitano alla cautela", ha detto.


FONTE: REPUBBLICA



UN LAVORATORE SU TRE IN CASSA INTEGRAZIONE

Pubblicato il 12 febbraio 2021 alle 09.10

Dall’inizio della pandemia quasi 7 milioni di lavoratori dipendenti privati hanno avuto bisogno della cassa integrazione. Considerando che i dipendenti privati sono meno di 15 milioni, è come dire che quasi uno su due è finito sotto ammortizzatori sociali (oltre alla cassa integrazione, l’assegno pagato dai fondi bilaterali di solidarietà ). Un dato che si sposa con quello delle aziende che hanno fatto ricorso alla cassa: circa il 55%, secondo valutazioni dell’Inps. Ai dipendenti privati sussidiati si devono poi sommare una parte degli artigiani e dei lavoratori in somministrazione (in tutto una platea potenziale di 1,5 milioni) che non passando per l’Inps non vengono quantificati nel report col quale l’istituto presieduto da Pasquale Tridico ha fatto il punto della situazione all’8 febbraio. Considerando che gli occupati in Italia sono in tutto 22,8 milioni, quasi uno su tre è stato assistito col sussidio che scatta per i periodi di sospensione dal lavoro con la causale Covid-19 (fin dall’inizio della pandemia la cassa in deroga è stata estesa alle aziende con meno di 5 dipendenti).

Per avere un’idea del fenomeno senza precedenti, basti dire che l’afflusso di richieste di cassa integrazione è stato, nel 2020, di «circa venti volte superiore rispetto al 2019», sottolinea l’Inps. Che ha garantito il pagamento del sussidio in forma diretta a più di 3,6 milioni di lavoratori mentre altri 3,4 milioni hanno ricevuto l’assegno dalla loro azienda, che poi lo a recuperato in sede di conguaglio con la stessa Inps.

In tutto, quindi, 7 milioni di lavoratori, anche se in realtà, spiegano i tecnici dell’Inps, sono un po’ meno, perché c’è una piccola area di sovrapposizione tra i due insiemi in quanto alcuni lavoratori hanno ricevuto parte delle mensilità del sussidio come anticipo e parte in forma diretta e quindi sono contati due volte.

I lavoratori che ancora non hanno ricevuto il pagamento di alcuna mensilità di cassa integrazione, si legge nel report, sono «circa 11mila, per la maggior parte riferibili a domande recenti, presentate nel 2021». Nonostante le proteste di questi beneficiari e di coloro che magari hanno ricevuto un primo pagamento ma sono in attesa delle successive mensilità, circa 13mila, l’Inps rivendica di avere definito il 98% delle domande ricevute da parte delle aziende: l’89,8% è stato autorizzato al pagamento, l’8% respinto e il 2,2%, circa 74 mila domande, è «in corso di autorizzazione», di cui «quasi la metà giunte a gennaio ».

Anche per i pagamenti diretti l’Istituto parla di «accelerazione» delle procedure: pagate 17.628.137 mensilità di integrazione salariale a 3.662.888 di lavoratori su 17.785.986 richieste per 3.673.786 lavoratori, con un differenza appunto di circa 11 mila. Una parte delle domande in stand by «non possono per ora essere definite, in attesa o della conversione in legge del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”, o del provvedimento denominato “ristori 5”, nei quali è presente un emendamento per la proroga dei termini».

Ci sono infine 455 lavoratori per iquali non è stato autorizzato alcun pagamento, nonostante le domande risalgano a prima dello scorso settembre perché sono state riscontrati irregolarità e tentativi di truffa.


FONTE: CORRIERE DELLA SERA



IL DEPOSITO IVA

Pubblicato il 11 febbraio 2021 alle 15.40

I depositi Iva rappresentano dei luoghi fisici, situati all’interno del territorio dello stato, in cui i beni nazionali, comunitari e importati da paesi extracomunitari vengono introdotti, stazionati e poi estratti, purché preventivamente immessi in libera pratica presso una dogana Italiana. Questi depositi hanno la finalità di agevolare gli scambi di beni in Ue in quanto la circolazione dei beni avviene senza applicazione dell’Iva almeno fino a quando non si ha l’estrazione dal deposito, momento in cui l’imposta è dovuta: così facendo si vuole evitare che le merci Ue abbiano un trattamento fiscale meno favorevole rispetto ai beni di provenienza extra-Ue.

La principale funzione dei depositi Iva è sostanzialmente quella di “congelare” l’applicazione dell’imposta per tutte le operazioni aventi ad oggetto i beni ivi introdotti, per tutto il periodo in cui gli stessi rimangono giacenti all’interno del deposito, ovvero in spazi limitrofi allo stesso: fino al momento dell’estrazione, infatti, l’imposta rimane “sospesa” a condizione che i beni, pur subendo trasferimenti e prestazioni di servizi, continuino a rimanere custoditi all’interno del deposito, ovvero negli spazi limitrofi allo stesso. L’applicazione dell’imposta sorgerà soltanto quando si estrarranno i beni dal deposito per essere commercializzati (o utilizzati) in Italia, oppure per essere inviati all’estero, con destinazione all’interno della UE o in un paese extra-Ue.

I depositi Iva possono essere distinti tra di loro sulla base delle abilitazioni:

  • Depositi per i quali è prevista un’apposita autorizzazione.

Sono abilitati a gestire i depositi iva gli esercenti magazzini generali, gli esercenti depositi franchi e gli operanti nei punti franchi. In aggiunta sono considerati depositi iva anche i depositi fiscali per i prodotti soggetti ad accisa e i depositi doganali.

Tutti questi soggetti, prima di esercitare l’attività di deposito iva, devono presentare agli uffici delle Dogane territorialmente competenti e alla Direzione regionale competente in base al luogo di dislocazione del deposito una comunicazione al fine di valutare la congruità della garanzia prestata per la movimentazione complessiva delle merci (art. 50-bis co. 2-bis del DL 331/93) e se sono rispettati i presupposti richiesti all’art. 50-bis co. 2 quarto periodo del DL 331/93.

In presenza dei requisiti richiesti, l’autorizzazione è rilasciata entro 180 giorni dalla data della sua richiesta.

  • Depositi per i quali non è prevista un’apposita autorizzazione.

Il gestore del deposito deve rispettare i seguenti obblighi contabili:

a)Tenere un apposito registro che evidenzi la movimentazione dei beni (art. 3 del DM 20.10.97);

b)Conservare un esemplare dei documenti presi a base dell’introduzione e dell’estrazione dei beni dal deposito IVA e di quelli relativi agli eventuali scambi avvenuti nel corso della giacenza dei beni.

In caso di mancata o irregolare applicazione dell’iva, il gestore del deposito risponde in solido con il soggetto passivo.

Inoltre il gestore del deposito IVA può assume la veste di rappresentante fiscale leggero - richiedendo l’attribuzione di un numero di partita IVA unico per tutti i soggetti passivi non residenti rappresentati - per l’adempimento degli obblighi tributari (es. fatturazione) inerenti le operazioni relative ai beni introdotti nel deposito - qualora i soggetti non residenti non abbiano già nominato un rappresentante fiscale ovvero non si siano identificati direttamente nel territorio dello Stato.

Tramite il deposito iva sono effettuate senza pagamento dell’Iva le seguenti operazioni:

- Acquisti intracomunitari di beni eseguiti mediante introduzione in un deposito IVA;

- Operazioni di immissione in libera pratica di beni non comunitari destinati a essere introdotti in un deposito IVA previa prestazione di idonea garanzia commisurata all’imposta;

- Cessioni di beni eseguite mediante introduzione in un deposito IVA;

- Cessioni di beni custoditi in un deposito IVA;

- Cessioni intracomunitarie di beni estratti da un deposito IVA con spedizione in un altro Stato membro dell’UE, salvo che si tratti di cessioni intracomunitarie soggette ad imposta nel territorio dello Stato;

- Cessioni di beni estratti da un deposito IVA con trasporto o spedizione fuori del territorio dell’UE;

- Prestazioni di servizi, comprese le operazioni di perfezionamento e le manipolazioni usuali, relative ai beni custoditi in un deposito IVA, anche se materialmente eseguite non nel deposito stesso, ma nei locali limitrofi sempreché, in tal caso, le suddette operazioni siano di durata non superiore a 60 giorni;

- Trasferimento di beni in altro deposito IVA.

Detto questo, l’estrazione dei beni dal deposito iva può avvenire per le seguenti finalità:

1)Cessioni intracomunitarie.

In tal caso l’estrazione dei beni dal deposito iva avviene al fine di mettere in atto un’operazione non soggetta iva, per cui il cedente è tenuto ad emettere fattura non imponibile ex art. 41 DL 331/93 e a compilare il modello Intrastat 1-bis. Qualora il cedente sia un soggetto non residente e non identificato ai fini iva in Italia, gli adempimenti in questione possono essere svolti dal depositario in funzione di rappresentante fiscale leggero;

2)Cessioni all’esportazione.

Anche in questo caso l’operazione non è soggetta ad iva con relativo obbligo del cedente di emettere fattura non imponibile ai sensi dell’art. 8 co. 1 lett. A o b del DPR 633/72. Come al punto precedente, gli adempimenti possono essere svolti dal gestore del deposito iva se il cedente è non residente e non identificato ai fini iva in Italia.

3)Utilizzo o commercializzazione dei beni in Italia.

Come indicato dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 12 del 24/03/2015, l’estrazione dei beni dal deposito iva per utilizzo o commercializzazione nello Stato comporta l’assoggettamento all’imposta con pagamento diretto tramite modello F24 senza possibilità di compensazione.

L’assolvimento dell’iva varia in base alla diversa tipologia di introduzione dei beni nel deposito iva:

A) Per i beni introdotti nel deposito Iva in forza di un acquisto intracomunitario, il soggetto che estrae assolve l’imposte con il meccanismo del reverse charge;

B) Per i beni immessi in libera pratica e introdotti nel deposito Iva, il soggetto che estrae assolve imposte con il meccanismo del reverse charge qualora quest’ultimo alternativamente: 1) soddisfi determinati requisiti di garanzia (art. 2 del DM 23.2.2017); 2) rientri in uno dei casi di esclusione previsti dall’art. 4 del DM 23.2.2017 (es. operatore economico autorizzato); 3) presti garanzia con le modalità di cui all’art. 38-bis co. 5 del DPR 633/72.

C) Per i beni di provenienza nazionale, l’imposta è dovuta dal soggetto che estrae ma è versata in suo nome e per suo conto dal gestore del deposito, mediante F24 senza possibilità di compensazione ed entro il 16 del mese successivo alla data di estrazione. Il soggetto che procede all’estrazione annota nel registro degli acquisti un’autofattura ex. art. 17 co. 2 DPR 633/72 e i dati della ricevuta del versamento.

D) L’estrazione dei beni dal deposito iva da parte di soggetti passivi aventi status di esportatori abituali non saranno soggetti al pagamento dell’imposta sulla base delle lettere di intento.


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DESISTENZA CON DATA CERTA ANTERIORE AL FALLIMENTO

Pubblicato il 11 febbraio 2021 alle 13.45

Secondo Cass. 1457/2021, l’istanza di fallimento non è una condizione dell’azione che deve persistere fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza, ma costituisce un’azione autonoma (introdotta dal creditore o dal P.M.), che - in quanto presupposto legittimante l’apertura della procedura - deve sussistere al momento della pronuncia di fallimento e rispetto a quel frangente deve essere verificata anche nel corso del procedimento di impugnazione. La desistenza dell’unico creditore istante, successiva alla dichiarazione del fallimento, non comporta la revoca del fallimento: questa dichiarazione, infatti, una volta pronunciata, produce effetti erga omnes, la cui persistenza non può essere rimessa alla mera volontà del creditore istante (o alle vicende del suo rapporto con il fallito), la cui necessaria funzione propulsiva della procedura fallimentare, invece, si esaurisce con la dichiarazione del fallimento.

Sul tema, la giurisprudenza (Cass. 16122/2019 e Cass. 13187/2020) opera una distinzione tra la desistenza dovuta al pagamento del creditore istante, che comporta la revoca della declaratoria di fallimento e la desistenza che, invece, non è accompagnata da alcuna estinzione del debito.

Nel primo caso, la desistenza influisce sulla legittimazione del creditore istante e, se il pagamento risulta avvenuto - sulla base della documentazione avente data certa (art. 2704 c.c.) - in epoca antecedente al fallimento, può essere rappresentata anche al collegio del reclamo.


FONTE: EUTEKNE



ENTRO IL 2022 IL PIL EUROPEO TORNERA' AI LIVELLI PRE-PANDEMIA. MA NON L'ITALIA

Pubblicato il 11 febbraio 2021 alle 09.10

Pubblicando giovedì 11 febbraio le sue previsioni economiche d'inverno, la Commissione europea si è voluta “cautamente ottimista” sul futuro della congiuntura, tuttora ostaggio della pandemia virale. L'esecutivo comunitario vede “la luce in fondo al tunnel” e si dice convinta di un ritorno ai livelli economici precedenti la crisi sanitaria entro il 2022. Ciò detto, alla luce anche del caso italiano, sottolinea come la ripresa rischi di essere a macchia di leopardo.

Secondo la Commissione europea, superato un primo trimestre particolarmente difficile a causa delle nuove misure di confinamento in numerosi paesi europei, l'economia dovrebbe rimbalzare nella primavera e poi nella seconda parte dell'anno. L'ottimismo dipende tutto dai nuovi vaccini anti-Covid 19 che dovrebbero essere finalmente a disposizione di una larga fetta della popolazione. Come detto, tuttavia, l'impatto della pandemia colpisce gli stati membri in modo diverso tra loro. In pillole, ecco le nuove previsioni dalla Commissione europea. La zona euro dovrebbe crescere nel 2021 e nel 2022 del 3,8% in entrambi gli anni. Il dato per quest'anno è inferiore alla stima d'autunno (4,2%), mentre quello per l'anno prossimo è superiore alle previsioni precedenti (3,0%).

Economia europea a livelli pre-pandemia nel 2022

L'Italia potrebbe fare peggio della media, con una crescita del 3,4 e del 3,5% (in autunno le previsioni erano del 4,1% e del 2,8%). A titolo di confronto, la crescita in Francia è prevista del 5,5 e del 4,4%.Riassume il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni: “L'economia europea dovrebbe tornare ai livelli economici precedenti la pandemia nel 2022, prima di quanto previsto in precedenza - anche se la produzione andata persa nel 2020 non sarà recuperata così rapidamente, o allo stesso ritmo in tutta la nostra Unione. Questa previsione è soggetta a molteplici rischi, legati per esempio a nuove varianti del virus Covid-19 e alla generale situazione epidemiologica».

Al tempo stesso, Bruxelles spera nell'impatto benefico del nuovo Fondo per la Ripresa da 750 miliardi di euro (di cui circa 200 potrebbero andare all'Italia sotto forma di sussidi e prestiti). Il nuovo strumento, che dovrebbe vedere la luce in primavera, potrebbe indurre “una crescita più forte del previsto, dato che i finanziamenti previsti non sono stati ancora incorporati in queste stime”.

Italia sotto la media

Lo stesso aveva notato lunedì la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde dinanzi al Parlamento europeo. La ripresa economica a macchie di leopardo è dovuta in parte al fatto che nei paesi dove il settore del turismo è particolarmente importante il confinamento sta colpendo più duramente. Nota la Commissione a proposito dell'Italia: “Il prodotto interno lordo reale rischia di non tornare ai livelli del 2019 entro la fine del 2022”. Al tempo stesso, Bruxelles spera nell'impatto positivo del Fondo per la Ripresa. I consumi riprenderanno con la fine del confinamento, ma la Commissione si aspetta dagli italiani un atteggiamento comunque prudente.

Bruxelles spera nell'impatto benefico del nuovo Fondo per la Ripresa da 750 miliardi di euro (di cui circa 200 potrebbero andare all'Italia sotto forma di sussidi e prestiti). Il nuovo strumento, che dovrebbe vedere la luce in primavera, potrebbe indurre “una crescita più forte del previsto, dato che i finanziamenti previsti non sono stati ancora incorporati in queste stime”. Lo stesso aveva notato lunedì la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde dinanzi al Parlamento europeo.

L’impatto del Recovery Fund

Fiducioso che il prossimo governo italiano presieduto da Mario Draghi sarà “efficiente ed europeista”, il commissario Gentiloni ha precisato: “In autunno avevamo previsto che il Fondo per la Ripresa potrebbe avere un impatto medio sul Pil del 2% negli anni in cui sarà operativo. Gli Stati che però hanno un Pil pro-capite sotto la media europea (come l'Italia, ndr) avranno una spinta più forte: considerando uno stimolo di sei anni, il livello del Pil 2021-2026 potrebbe essere più alto, del 3%-3,5%, rispetto a uno scenario senza Fondo per la Ripresa”.

In questo contesto, il commissario Gentiloni consiglia ai paesi di agire con flessibilità quando si tratterà di ritirare le speciali misure di sostegno al lavoro (la cassa integrazione in Italia). “La decisione di come uscire da questa situazione di emergenza (…;) è una decisione politica molto molto importante. Farlo prima rischia di diminuire le chances di ripresa. Farlo troppo tardi rischia di alimentare un'illusione che poi si traduce in effetti sociali ancora più difficili”. Per ora, comunque sarebbe prematuro.


FONTE: SOLE24ORE



UE, MIGLIORATE LE STIME SULL'ITALIA DEL PIL 2020

Pubblicato il 11 febbraio 2021 alle 08.45

Il 2020 è andato meno peggio del previsto, ma per l'anno in corso la ripresa sarà più lenta. E' questa la diagnosi della Commissione Europea sui conti pubblici italiani nelle sue previsioni economiche di inverno. Secondo l'esecutivo Ue, l'Italia ha chiuso il 2020 con un calo del Pil dell'8,8% (rispetto al -9,9% ipotizzato a novembre), ma per il 2021 è previsto un rimbalzo del 3,5% a fronte del 4,1% atteso.

Da Bruxelles arrivano quindi buoni segnali per l'intera economia dell'Eurozona, ma la ripartenza avrà ritmi diversi a seconda dei Paesi. "Visto che la recessione nel 2020 non è stata profonda come previsto, e grazie ai vaccini, ci si attende che la Ue raggiunga i livelli di crescita pre-pandemia che aveva nel quarto trimestre 2019, già nel secondo trimestre del 2022, prima di quanto previsto lo scorso autunno", ha detto il commissario all'economia Paolo Gentiloni. "Ma uno su quattro avrà bisogno di più tempo. Inoltre, nessuno Stato membro tornerà nel 2022 alle proiezioni di crescita che aveva prima della crisi".

Nonostante l'Europa resti "nella morsa della pandemia" con la nuova ondata e le varianti che hanno costretto a nuove misure di contenimento, la Commissione Ue vede "luce alla fine del tunnel" grazie all'avvio dei programmi di vaccinazione che "danno motivo per un cauto ottimismo". Bruxelles stima una crescita del +3,8% nel 2021 e 2022, ma - ha chiarito ancora Gentiloni - le previsioni non tengono conto dell' impatto del Recovery Fund "che potrebbe essere significativo".

Rispetto al nostro Paese, scrive ancora la Commissione nel suo rapporto, "dopo il forte rimbalzo del Pil durante l'estate - quando l'economia italiana ha recuperato quasi tre quarti della perdita subita nella prima metà del 2020 - la pandemia di Covid-19 ha nuovamente rafforzato la sua morsa" sull'Italia. "Tuttavia - prosegue Bruxelles -, rispetto alla primavera del 2020, le ultime misure di contenimento incidono direttamente su una porzione molto più piccola dell'attività economica. In particolare, il settore industriale, che rappresenta una quota importante dell'economia italiana, e il settore delle costruzioni, continuano a operare senza restrizioni, il che ha impedito un calo della produzione ancora maggiore nel quarto trimestre del 2020. Continuano invece a vacillare i servizi ad alta intensità di contatto, incluso il turismo sotto l'impatto economico della pandemia e sono nuovamente pronti a subire il peso delle misure di lockdown imposte".

Positivo anche il giudizio del vicepresidente della Cmmissione Ue Valdis Dombrovskis. "Le previsioni forniscono una vera speranza in un momento di grande incertezza per tutti noi. La solida ripresa prevista della crescita nella seconda metà di quest'anno mostra molto chiaramente che stiamo voltando l'angolo per superare questa crisi. Una forte risposta europea sarà fondamentale per affrontare questioni come la perdita di posti di lavoro, un settore aziendale indebolito e le crescenti disuguaglianze", ha detto.


FONTE: REPUBBLICA



LAGARDE LODA DRAGHI E RILANCIA SUGLI STIMOLI FISCALI

Pubblicato il 11 febbraio 2021 alle 08.05

L’incarico a Mario Draghi è una fortuna e un’opportunità. Tuttavia, l’urgenza è accelerare su due fronti: stimoli fiscali e piani nazionali per il Recovery Fund. Ha le idee chiare Christine Lagarde, numero uno della Banca centrale europea, che è tornata a parlare delle sfide dell’eurozona in una fase delicata come quella odierna, tra nuovi lockdown e difficoltà logistiche per la distribuzione dei vaccini anti-Covid. L’imperativo dei governi, dice Lagarde, dovrebbe essere quello di non perdere velocità. Dal canto suo, ha ribadito, la Bce continuerà a supportare il sistema finanziario.

“Non siamo fuori dalla crisi, e c’è bisogno di un supporto delle politiche fiscali fino alla fine dell’anno”. Almeno. Parlando in videoconferenza con la direttrice di The Economist, Zanny Minton Beddoes, Lagarde ha fornito il quadro che dovrà affrontare l’area euro nei prossimi due trimestri, considerati cruciali dalla Bce per agganciare la ripresa nel modo più omogeneo possibile. “La risposta iniziale dell’Europa è stata impressionante, ma sul fronte fiscale è stata più debole rispetto a quella statunitense, pertanto bisogna fare di più”, ha sottolineato Lagarde. “Gli Stati europei devono fare di più”, ha aggiunto, rimarcando il fatto che la sola politica monetaria non può essere la risposta a tutti gli effetti della pandemia di Sars-Cov-2.

La priorità della Bce è la ratifica dei programmi nazionali di utilizzo dei fondi del Next Generation Eu, che vale 750 miliardi di euro. Di questi, 209 sono destinati all’Italia. E in quest’ottica, Lagarde vede in modo favorevole il governo Draghi, considerato credibile e capace di dare una scossa al Paese. “Impossibile fermarsi”, ha ammonito, con un occhio a Roma.


FONTE: LA STAMPA



LA DISCIPLINA DEL RECESSO DEL SOCIO NELLE SRL - PARTE 2

Pubblicato il 08 febbraio 2021 alle 15.05

k) Introduzione o della soppressione di clausole compromissorie nello statuto societario (art. 34, co. 6, del D.Lgs. 17.1.2003 n. 5);

Gli atti costitutivi delle società possono prevedere apposite clausole compromissorie, finalizzate ad affidare al giudizio di arbitri le controversie insorgenti tra i soci, o anche tra i soci e la società. In presenza di tali clausole, è espressamente previsto che:

- Le modifiche dell'atto costitutivo, introduttive oppure abrogative di clausole compromissorie, devono essere approvate dai soci che rappresentino almeno i due terzi del capitale sociale;

- I soci assenti o dissenzienti possono esercitare il diritto di recesso dalla società, entro i 90 giorni successivi alla modifica statutaria in questione.

l) Limitazioni nella circolazione delle quote (art. 2469, co. 2 c.c.), le quali possono essere di due tipi:

- Restrizioni assolute al trasferimento delle partecipazioni in s.r.l.;

- Clausole c.d. di gradimento tramite le quali si limita la circolazione delle partecipazioni a favore di soggetti “estranei” alla compagine sociale (organi sociali, soci, terzi).

Le clausole di gradimento si distinguono in:

a) Clausole di mero gradimento, dove gli organi sociali possono autorizzare o meno il trasferimento senza particolari motivazioni, cioè senza doversi attenere a dei parametri stabiliti nello statuto. Tale tipologia di clausole consente al socio, che si vede rifiutato il placet al trasferimento, il diritto di recesso dalla società in quanto l’organo sociale deputato ad esprimere il gradimento ha una discrezionalità assoluta, senza doversi attenere ad alcun parametro soggettivo o oggettivo;

b) Clausole di gradimento non mero, dove il gradimento deve essere espresso sulla base di parametri soggettivi o oggettivi indicati nello clausola statutaria stessa. Tale tipologia di clausole non attribuisce il diritto di recesso al soggetto cui è rifiutato il trasferimento.

L’art. 2469 co. 2 c.c., prevede la possibilità per la società di inserire nell’atto costitutivo un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il diritto di recesso (a seguito dei vincoli di circolazione delle quote, sia assoluti sia di mero gradimento,) non può essere esercitato.

Al contrario risulta controversa la possibilità di recedere per giusta causa, senza che vi siano clausole di recesso volontarie riportate nell’atto costitutivo o statuto, cioè qualora vi siano stati dei comportamenti abusivi di altri soci o amministratori: in senso favorevole si è espresso il Consiglio Notarile di Milano con la massima del 25/11/2005 n. 74.

Al socio che intende recedere dal rapporto societario è riconosciuto il diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale, determinato facendo riferimento al valore di mercato della partecipazione alla data del recesso: in caso di disaccordo sul valore di rimborso da attribuire alle quote del socio receduto, la determinazione deve essere compiuta tramite la relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale (art. 2473, co. 3, c.c.).

In merito alle modalità di liquidazione della quota, per il rimborso delle partecipazioni per cui è stato esercitato il diritto di recesso si deve procedere:

1) Mediante acquisto da parte degli altri soci, proporzionalmente alle loro partecipazioni, oppure da parte di un terzo, individuato dai soci di comune accordo;

2) Qualora ciò non avvenga, tramite l’utilizzo delle riserve disponibili, o, in mancanza, mediante riduzione proporzionale del capitale sociale;

3) Con la messa in liquidazione della società, nel caso in cui non sia possibile procedere al rimborso della quota attraverso l’acquisto di dette partecipazioni dagli altri soci, oppure con l’utilizzo di riserve disponibili o riduzione del capitale sociale.

Ad ogni modo, il diritto di recesso esercitato dal socio può essere neutralizzato dalla società (art. 2473, co. 5, c.c.), deliberando, alternativamente:

I- La revoca della decisione che lo legittima;

II- Lo scioglimento della società e, quindi, la sua messa in liquidazione.


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