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IL LOCKDOWN NON SALVA IL CONTRATTO DEL NEGOZIO IN PERDITA

Pubblicato il 11 gennaio 2021 alle 08.20

Scatta l'ordinanza di rilascio dell'immobile commerciale anche se con la crisi Covid la società affittuaria che gestisce il punto vendita ha subito un notevole calo di fatturato. Come mai? La morosità dell'azienda conduttrice è assodata, mentre i dpcm adottati durante il lockdown risultano illegittimi, in quanto un atto amministrativo non può limitare le libertà costituzionali. Senza dimenticare che con la normativa d'emergenza il legislatore ha ritenuto di non intervenire in rapporti fra privati come le locazioni, limitandosi a offrire sgravi fiscali ai conduttori colpiti dalla recessione economica. È quanto emerge dall'ordinanza pubblicata il 16 dicembre (si veda ItaliaOggi del 24 dicembre scorso) dalla sesta sezione civile del tribunale di Roma (giudice Alessio Liberati).

Rilascio dell'immobile: crisi e restrizioni non incidono. Diverrà operativo dal 16 marzo il rilascio dell'immobile commerciale: l'opposizione proposta dalla società affittuaria non risulta fondata su prova scritta, mentre sono escluse gravi ragioni che precludano il provvedimento di sfratto.

Non conta che «la grave crisi scaturita dalla pandemia» abbia «desertificato il centro storico delle nostre città», come deduce la conduttrice.

Ora le parti hanno 15 giorni per promuovere il procedimento di mediazione previsto nelle cause in materia di locazione.

Il punto è che il dpcm resta un atto amministrativo che non può restringere le libertà fondamentali, anche se a «legittimarlo» è un atto che invece ha forza di legge, mentre la parte che non lo impugna, si legge nell'ordinanza, diventa essa stessa causa delle conseguenze negative sulla piena fruibilità dell'immobile.

Insomma: il giudice condivide «l'autorevole dottrina» secondo cui è contrario alla Costituzione prevedere mediante decreti del presidente del Consiglio dei ministri norme generali e astratte, che peraltro limitano diritti fondamentali della persona. E cita i giudici emeriti della Consulta Antonio Baldassarre, Sabino Cassese e Annibale Marini, che hanno espresso perplessità sulla scelta di ricorrere ai dpcm per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Sars-Cov-2. Di più. Il primo decreto legge che ha «legittimato» il dpcm non fissava neanche un termine né tipizzava i poteri: conteneva un'elencazione a titolo d'esempio e consentiva così l'adozione di atti innominati, oltre a non stabilire le modalità di esercizio dei poteri.

Buona fede. Nel caso in esame il locatore che chiede la convalida dello sfratto era disposto a rinunciare a parte dei canoni insoluti, che ammontano a oltre 256 mila euro, pur di arrivare a una composizione bonaria della controversia. La società conduttrice chiede la rinegoziazione del canone, lamentando di non aver potuto adempiere al pagamento dopo aver patito una riduzione del fatturato di oltre il 72%. Ma attenzione: l'emergenza sanitaria, non è «di per sé condizione impediente in termini assoluti», scrive il giudice: lo sono invece i provvedimenti normativi adottati durante l'emergenza. E ciò perché soltanto l'ipotesi di scuola del crollo dello stabile a causa del terremoto costituisce una causa che impedisce del tutto l'esecuzione del contratto di locazione; distinto, invece, è il discorso delle restrizioni per la mobilità della popolazione adottate dalle autorità per frenare il contagio del virus: nel mondo i vari Stati si sono regolati in modo diverso e c'è stato chi, come la Svezia, si è limitato a fornire «indicazioni e suggerimenti, senza imporre limiti al godimento dei diritti, quantomeno nel periodo iniziale». Dunque?

Ciò che ha impedito alla conduttrice di adempiere non è la pandemia in sé ma l'insieme dei provvedimenti adottati che hanno inciso sui diritti e sulle libertà dei cittadini: bisogna allora verificare se la compressione fosse insuperabile o se l'affittuaria avrebbe potuto impugnare le norme del lockdown facendole annullare. E il giudice propende per la seconda ipotesi.

È esclusa l'impossibilità di adempiere anche parziale, mentre il principio di buona fede nell'esecuzione dei contratti risulta soltanto «suppletivo e residuale»: «il magistrato non può correggere la volontà delle parti quand'anche le scelte di queste gli appaiano incongrue». E ciò benché, sottolinea il provvedimento, «secondo alcuni» la buona fede imporrebbe di «rivedere le condizioni del contratto».

Il giudice, quindi, fa i conti anche con la relazione 56/2020, pubblicata dall'ufficio del massimario della Cassazione sulle «Novità normative sostanziali del diritto “emergenziale” anti-Covid 19 in ambito contrattuale e concorsuale».

Secondo la Suprema corte va rinegoziato il contratto squilibrato dalle misure anti Covid-19: risoluzione e risarcimento del danno non possono essere le uniche forme di tutela quando la parte avvantaggiata disattende ogni obbligo di protezione nei confronti dell'altra. E c'è spazio anche per un intervento del giudice del merito, che però non può sostituirsi alla volontà delle parti: è soltanto il ricorso all'equità che consente all'autorità giudiziaria di individuare elementi e aspetti del regolamento negoziale non definiti dai contraenti né determinati da disposizioni di leggi o usi. Attenzione, dunque: anche per la Cassazione l'intervento sostitutivo del giudice intanto è possibile se dal contratto emergono i termini nei quali le parti hanno voluto suddividere il rischio che deriva dall'esecuzione dello strumento negoziale.

Nella specie, secondo il tribunale di Roma, risulta invece inutile invocare la buona fede perché le conseguenze patite dalla conduttrice sono riconducibili a un'omissione della stessa società: non aver impugnato provvedimenti illegittimi e lesivi dei propri diritti e libertà.

Va detto poi che non può ritenersi violato l'obbligo del locatore di consegnare e mantenere l'immobile in condizione da essere utilizzato secondo l'uso stabilito dal contratto ai sensi dell'articolo 1575 Cc: nessuna condotta del genere è riconducibile al locatore laddove la situazione risulta dovuta all'«attività provvedimentale conseguente alla situazione di emergenza sanitaria di tipo pandemico».

D'altronde il divieto di esercitare temporaneamente l'attività non determina l'impossibilità per il conduttore di utilizzare l'immobile, che è la prestazione dovuta dalla controparte.

E la situazione di «impossibilità sopravvenuta parziale» allo stato non ha le caratteristiche della definitività: il periodo limitato di tempo consente di ritenere che si verta in ipotesi di ordinario rischio di impresa, che grava sul conduttore.

Meccanismi compensativi. Con le misure straordinarie anti Sars-Cov-2, infine, il legislatore ha imboccato la strada del credito d'imposta in favore del conduttore senza un intervento generalizzato sui rapporti locatizi privati, mentre ad esempio è intervenuto in modo esplicito sugli impianti sportivi. Insomma: il bonus affitti non avrebbe senso se fosse possibile sospendere, ridurre o cancellare i canoni di locazione.

È lo stesso legislatore, spiega l'ordinanza, che introduce meccanismi di compensazione per ripristinare l'equilibrio fra le parti del contratto. Un esempio? Il credito di imposta pari al 60 per cento dell'ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, per gli immobili che rientrano nella categoria catastale C/1, cioè negozi e botteghe.

Sulla provvidenza introdotta dal decreto Cura Italia è intervenuta a fornire chiarimenti l'Agenzia delle entrate con la circolare n. 8/2020: il beneficio viene riconosciuto soltanto sui canoni effettivamente versati perché la norma intende ristorare il conduttore per la sospensione dell'attività d'impresa durante il lockdown, mentre è escluso che l'affitto non pagato possa generare il bonus fiscale.

Il documento di prassi dell'amministrazione finanziaria induce il magistrato a due considerazioni: da una parte il fatto che siano previsti i crediti d'imposta consente di escludere un'eccessiva onerosità cui va incontro il conduttore nell'esecuzione del contratto che possa rilevare ai fini della risoluzione; dall'altro l'introduzione del bonus conferma in modo indiretto che il rapporto contrattuale è intangibile, diversamente i benefici fiscali non avrebbero alcun significato.

Ora le parti hanno sei mesi per portare a compimento il procedimento di mediazione.


FONTE: ITALIAOGGI



CONFIGURA STABILE ORGANIZZAZIONE L'AMMINISTRATORE DI FATTO IN ITALIA

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 13.55

Secondo la Cass. 8.10.2020 n. 21693 ai fini della verifica della sussistenza di una S.O. occorre considerare che:

- rileva l’esercizio di un’attività economicamente significativa per il soggetto cui la stessa è riferibile; tale attività deve essere intesa in senso ampio, ricomprendendo anche lo svolgimento di una prestazione di servizi o, più in generale, di qualunque attività di impresa purché riferibile al soggetto che la esercita;

- vanno escluse le attività non suscettibili di produrre reddito autonomo e che siano meramente preparatorie o accessorie (rivolte esclusivamente all’impresa);

- l’esenzione non opera nell’ipotesi in cui tali attività ausiliarie siano svolte unitamente ad un processo produttivo;

- la sede fissa deve essere utilizzata dall’impresa non residente, per l’esercizio, in tutto o in parte, della “sua attività” (ove l’attività si esplichi in una funzione di finanziamento ovvero in una prestazione di servizi (non si può parlare di attività meramente preparatorie o ausiliarie);

- l’esercizio di una pluralità di attività da parte di un “amministratore di fatto” che agisce per conto della società rileva ai fini della qualifica di “agente” ex art. 162 co. 6 del TUIR.


FONTE: EUTEKNE



INFRASTRUTTURE E BANDA LARGA: LE SCELTE PER SPINGERE L'ECONOMIA

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 10.15

Quello che serve - sono tutti d’accordo - è un piano-Paese. Soprattutto ora con i fondi dell’Europa (quei 209 miliardi destinati all’Italia) per attutire il colpo della pandemia e costruire il nostro futuro. Per non perdere l’occasione della Storia - «visto che si tratta di risorse due e volte e mezzo il piano Marshall», rileva Stefania Radoccia di Ey - bisogna darsi delle priorità. La società di consulenza strategica ne propone tre. Alla nostra classe dirigente che ieri era rappresentata per intero al convegno ibrido (fisico e virtuale) EY Capri Digital Summit.

L’amministratore delegato di Ey in Italia, Massimo Antonelli, li chiarisce subito e più di qualcuno ha preso appunti: 1) La pubblica amministrazione dovrebbe essere la cinghia di trasmissione dei fondi ma non sappiamo se è in grado di farlo. L’età media nel pubblico impiego è altissima: il 2% del personale è under 35; 2) Mettere le imprese al servizio della trasformazione tecnologica del Paese; 3) Serve un investimento sulle competenze. La scuola era un ascensore sociale, ora brancola nel buio.

Primo corollario, registra Marco Daviddi di Ey: «Serve uno choc infrastrutturale - reti fisiche e virtuali come la banda larga - ma anche trasporto pubblico locale». Al momento il contributo dei privati, seppur in crescita, è pari al 5,5% del Pil, del 2% per la spesa pubblica. Germania e Francia viaggiano attorno all’8. Partenariato pubblico-privato su cui investire. Il modello può essere Cassa Depositi. Dice l’ad Fabrizio Palermo: «Siamo un investitore dinamico e paziente». Per gestire il risparmio e dargli forma al servizio del cambiamento. Il polo dei pagamenti digitali tra Sia-Nexi ne è il primo esempio. L’ingresso nel capitale di Borsa è il secondo. Il terzo è il turismo e le risorse per il capitale di rischio a supporto dell’innovazione.

Secondo corollario: Francesco Starace, a capo di Enel, dice che serve subito anche «una riforma della governance europea». Perché senza la connessione col mondo possiamo poco. «Abbiamo un’economia fuori scala rispetto al Paese». I Paesi presi singolarmente - dice Starace - non sono in grado di gestire un volume di investimenti paragonabile ai fondi del Recovery». Se parliamo di connettività non può non venire in mente Alitalia. Dice Fabio Lazzerini, ceo designato di Alitalia («Quando arriva la newco? - chiede - noi siamo a pronti a partire»;). Nel trasporto aereo quest’anno si perderanno 500 miliardi di ricavi. «Ma se tutti i governi del mondo stanno investendo nel capitale delle compagnie un motivo c’è», dice Lazzerini. «Il 76% dei sedili di Alitalia è su voli domestici. Troppi. Troppo pochi quelli su rotte internazionali». Da qui le difficoltà dei produttori di aerei civili e il loro indotto. Alessandro Profumo guida un fornitore di Airbus e Boeing come Leonardo. Dice che «nei nostri stabilimenti del Sud, se viene approvato un programma dal sistema della Difesa europeo, potremmo portare delle capacità di sviluppo per fare in modo innovativo delle ali».

Ma il futuro non può non essere determinato da una strategia energetica nazionale. Marco Alverà guida Snam. «Bisogna pensare da qui a 5 anni. E non possiamo non farlo con l’idrogeno il cui costo diventerà competitivo. La politica energetica europea è guidata dalla Germania, che deve uscire dal carbone e dal nucleare». Ma senza il contributo delle nuove generazioni tutto passa in secondo piano. «Quale futuro vogliamo costruire se la metà dei nostri giovani sta in panchina?», arringa Donato Iacovone, presidente di WeBuild. «D’altronde è sempre una questione di tempi», dice il commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Se prendiamo in tempo il virus costruiamo il futuro. Con Immuni. In proposito: «Sette milioni di download sono pochi».


FONTE: CORRIERE DELLA SERA



ALLARME DI CONFCOMMERCIO, CON IL COVID 40MILA AZIENDE A RISCHIO USURA

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 09.20

La riduzione dei volumi d’affari, insieme alla mancanza di liquidità e alla difficoltà di accesso al credito, cui si aggiungono le complicazioni nella gestione delle normative sanitarie, stanno mettendo in ginocchio il mondo delle imprese. In primo piano c’è il mancato accesso a nuovi finanziamenti che spingono molte aziende a esporsi al mondo della criminalità. Per Confcommercio è una vera emergenza. L’associazione ha rl ilevato che sono ormai circa 40mila le attività in Italia sono a rischio usura, «un fenomeno che risulta in crescita e che è ancora più grave, in particolare, nel Mezzogiorno e nel comparto turistico-ricettivo con la crisi provocata dalla pandemia che ha aumentato nettamente l'esposizione delle imprese ai fenomeni criminali». E' quanto risulta da un'analisi dell'Ufficio Studi Confcommercio sulla percezione dell'usura tra le imprese del commercio e dei servizi.

«Esiste un pericolo reale» è l’allarme lanciato da Carlo Sangalli, Presidente Confcommercio. Aiuti più efficaci per le imprese che a causa della crisi provocata dalla pandemia sono sempre più esposte a fenomeni criminali: «ampie moratorie fiscali e dei prestiti bancari e più indennizzi a fondo perduto per ridare ossigeno alle imprese» chiede Sangalli.

In generale, nel difficile momento che l’economia sta vivendo i maggiori problemi che le imprese del terziario lamentano sono la perdita di fatturato (per quasi il 38% degli imprenditori) e la mancanza di liquidità che, insieme alla difficoltà di accesso al credito, rappresenta un forte ostacolo all’attività per il 37% delle imprese. Tutto ciò contribuisce a rendere sempre più fragile un sistema imprenditoriale che, dal 2019 ad oggi, ha visto quasi raddoppiato il numero di imprese (sono quasi 300mila nel 2020) che non ha ottenuto il credito richiesto risultando, pertanto, sempre più esposto al rischio usura.

Non sorprende dunque che negli ultimi sei mesi è aumentato il numero di imprenditori che ha chiesto un prestito a soggetti fuori dai canali ufficiali (14% contro 10%).

In questa situazione, il 30% degli imprenditori, pur riconoscendo di avere un sostegno dall’azione delle forze dell’ordine e dalle associazioni imprenditoriali dichiara di sentirsi comunque solo di fronte al pericolo di infiltrazioni della criminalità.


FONTE: LA STAMPA



ISTAT, BALZO DELLA PRODUZIONE DI AGOSTO DEL 7,7 PER CENTO

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 08.45

Il gap annuo si riduce a soli tre decimali, un risultato insperato fino a pochi mesi fa. Ma i dati di agosto della produzione industriale confermano la prosecuzione del percorso di recupero avviato dal Paese, in condizioni migliori al momento rispetto ai concorrenti europei.

La produzione industriale rilevata dall’Istat aumenta infatti di un robusto 7,7% rispetto a luglio, sulla base dei dati destagionalizzati, mentre è in frenata dello 0,3% rispetto ad agosto 2019.

La chiusura del gap è in effetti ben oltre le attese, tenendo conto che ad aprile la voragine produttiva su base annua era pari a 43 punti, ridotti a 20 a maggio, scesi ancora a 14 a giugno e poi a poco più di otto a luglio. Agosto, con un deficit di appena tre decimali, è di fatto in linea con lo stesso mese del 2019, un confronto pre-Covid.

Nella media del trimestre giugno-agosto il livello della produzione cresce così del 34,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Ma il risultato più eclatante riguarda l’indice complessivo della produzione, che si porta oltre quota 105, tornando quindi oltre i livelli pre-covid (a febbraio era pari a 103,2): per trovare un livello più alto occorre tornare ad agosto 2019.

Recupero peraltro corroborato da altri segnali che vanno nella stessa direzione della produzione. A partire dall’export, che nelle rilevazioni di luglio accorcia ancora il gap rispetto al periodo pre-crisi, presentando un calo di poco più di sette punti rispetto allo stesso mese del 2019 e indicando per la prima volta dall’avvio dell’emergenza un rimbalzo convinto (+14%) per le nostre vendite in Cina, primo paese ad aver affrontato ma anche ad essere uscito dall’emergenza.

Entusiasmo comunque da frenare, guardando alla difficoltà della lettura statistica, che a settembre fornirà dati un poco più omogenei, almeno su base annua. Se infatti l’agosto degli ultimi anni è certo profondamente diverso da quello del passato, in cui l’intera attività produttiva manifatturiera italiana si fermava all’unisono, va detto che nel 2020 l’anomalia è stata evidente. Con numerose imprese impegnate a lavorare oltre la media, restringendo quindi l’utilizzo delle ferie per smaltire gli ordini non evasi nel periodo di lockdown. Il punto chaive è quello di capire se questo trend può proseguire o se invece si tratta di una fiammata temporanea.

Istat: l'economia recupera, ripartono consumi e fiducia

A trainare la produzione, nei dati Istat, sono in particolare i mezzi di trasporto e le auto ma segnali positivi su base annua vi sono anche per farmaceutica, gomma-plastica, metallurgia ed elettronica.

Il dato italiano è decisamente migliore rispetto a quello di Berlino, dove la produzione cede lo 0,2% rispetto al mese precedente, il 9,6% su base annua, per effetto in particolare del rallentamento dell’auto.

In Francia la crescita mensile è stata dell’1,3%, anche in questo caso rallentando il passo rispetto al periodo precedente: il livello pre-covid resta distante oltre sei punti per l’intera industria, il 7,4% per la manifattura.


FONTE: SOLE24ORE



DATA DI EFFETTO FISCALE DELLA CESSIONE DI PARTECIPAZIONI DELLE SOCIETA' DI PERSONE

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 14.50

Ai sensi dell’art. 5 comma 1 del Tuir, i redditi prodotti dalle società di persone sono attribuiti a ciascun socio tramite il regime di trasparenza fiscale, indipendetemente dalla percezione e proporzionalmente alla quota di partecipazione agli utili. Nel caso di modifica nella distribuzione delle partecipazioni in una società di persone (ad esempio per cessione quote) gli effetti fiscali si producono con diversa decorrenza in base se la stessa comporti o meno la modifica della compagine sociale:

  • Nel caso di modifica della compagine sociale con l’ingresso di nuovi soci o la fuoriuscita dei vecchi, la variazione avrà effetto a partire dallo stesso periodo d’imposta di stipula dell’atto. Prendiamo ad esempio la casistica di una società di persone dove erano presenti i soci Rossi e Bianchi, rispettivamente al 50% ciascuno. Nel 2020 il socio Rossi è fuoriuscito dalla compagine sociale vendendo le proprie quote al socio Verdi e al socio Alfa, rispettivamente al 25% ciascuno. Poiché cambia la compagine sociale, il reddito prodotto nel 2020 dovrà essere ripartito (tramite trasparenza fiscale) nella nuova compagine sociale cioè a Verdi al 25%, Alfa al 25% e Bianchi al 50%.
  • Nel caso di modifica delle quote di partecipazione dei soci esistenti ma non della compagine sociale, questa produrrà il suo effetto dal periodo d’imposta successivo a quello dlla stipula dell’atto. Ritornando al nostro esempio di prima (Rossi e Bianchi con partecipazioni al 50% ciascuno), ipotiziamo che il socio Rossi abbia ceduto il 20% della propria partecipazioni al medesimo socio Bianchi nel corso dell’anno 2020. A seguito di ciò, il reddito del 2020 dovrà essere ripartito sulla base della situazione esistente alla data di chiusura dell’esercizio precedente (50% ciascuno), mentre nel 2021 la ripartizione del reddito avverà sulla base delle nuove percentuali di ripartizione agli utili.

La disciplina esaminata si applica anche nel caso di cessione quote nelle S.r.l. a trasparenza fiscale.


CIARI & ASSOCIATI SRL



SCISSIONE E CESSIONE RAMO D'AZIENDA POSSONO INTEGRARE LA BANCAROTTA

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 14.15

La Corte di Cassazione (sentenza 7.10.2020 n. 27930) ha annullato con rinvio l’assoluzione per bancarotta fraudolenta societaria commessa attraverso operazioni societarie di scissione e di cessione di ramo d’azienda (art. 223 co. 2 n. 2 del RD 267/42).

I giudici di legittimità ritengono necessaria, per affermare od escludere la sussistenza del reato, una verifica “in concreto” che tenga conto della effettiva situazione debitoria in cui versa la società fallita al momento dell’operazione straordinaria posta in essere.

Possono integrare un reato di bancarotta quelle operazioni - astrattamente lecite - che si rivelino volutamente depauperatorie del patrimonio aziendale e pregiudizievoli per i creditori, non essendo le tutele previste dagli artt. 2506 e ss. c.c. di per sé idonee ad escludere ogni danno o pericolo per le ragioni creditorie.


FONTE: EUTEKNE



STARTUP, GREEN E EXPORT: I TRE ASSI PER USCIRE DALLA CRISI COVID

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 11.15

La ripartenza del Paese dell'emergenza Covid passa da tre assi: startup innovative, green ed export. E' quanto mette in luce il nuovo focus Censis/Confcooperative "Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l'Italia che ce la fa" diffuso oggi nel corso dell'assemblea nazionale di Confcooperative. "Le startup innovative guidano la riscossa del Mezzogiorno - ha commentato il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini - Le imprese green assumeranno entro il 2024 1,6 milioni di persone, 6 ogni 10 nuovi posti di lavoro. Le imprese che esportano hanno retto meglio l'onda d'urto della pandemia".

 

I numeri messi in fila dal rapporto sulle piccole imprese innovative in effetti fanno ben sperare. A settembre hanno superato quota 12mila (+10,3% negli ultimi 12 mesi). Di queste, una su quattro è stata costituita in una delle regioni del Sud. Nel dettaglio la maggior parte delle delle startup è concentrata nelle regioni del Nord Ovest (34,5%), seguite dalle regioni del Mezzogiorno (24,5%), dal Nord Est (20,8%), e infine del Centro (20,3%). Tra le regioni con la più alta concentrazioni spiccono Lombardia (27,3%), Lazio (11,3%), Veneto (8,3%) e Campania (8,1%). Anche durante la fase più critica del contagio, i dati sono comunque risultati in crescita: +1,4% fra febbraio e marzo, +0,3% ad aprile, +0,6% a maggio rispetto al mese precedente.

 

Una forte spinta all'economia può arrivare anche da tutto il mondo green. Secondo il focus, dei 2,6 milioni di nuovi occupati previsti entro il 2024, 1,6 avranno bisogno di questo tipo di competenze, di cui 978mila in particolare legate alla sostenibilità ambientale. Intanto cresce anche la consapevolezza delle imprese. Il 75% delle imprese analizzate da Cerved nel corso di quest'anno ha dichiarato una maggiore sansibilità ai temi sociali e ambiental e il 57,1% ha dichiarato di voler orientare la propria attività sviluppando un maggiore impegno in iniziative di sostenibilità.

 

E sempre il focus punta le attenzioni sulle aziende esportatrici, che quest'anno dovrebbero essere in grado di assorbire un po' meglio l'urto dell'emergenza. Secondo le elaborazioni Istat il 48,1% registrerà quest'anno una flessione del fatturato, dato che sale al 54,2% per quelle non esporatrici. Minore è, inoltre, l'esposizione al rischio di chiusura dell'attività da parte di chi esporta (28,5%), rispetto a chi non è presente sui mercati mondiali (35,6%) e anche per quanto riguarda il vincolo del fattore liquidità, la differenza a favore delle imprese esportatrici è di sei punti (50,0% contro il 56% delle non esportatrici).


FONTE: LA REPUBBLICA



MODA E LUSSO, DAL COVID UN DURO COLPO MA IL MADE IN ITALY PENSA ALLA RIPARTENZA

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 08.40

Un settore decisivo per l’economia italiana, fortemente impattato dalla crisi legata alla pandemia di Covid-19, chiamato a raccogliere le forze e ripartire facendo leva sui propri elementi di unicità, senza dimenticare la tecnologia cui i consumatori sono sempre più devoti. È questo il ritratto del settore moda lusso che emerge dalla tavola rotonda «Made in Italy nel Fashion & Luxury: il ruolo dell'«artigianalità contemporanea», tenutasi nell’ambito della tre giorni Restart organizzata dal Sole 24 Ore in collaborazione con Financial Times.

 

Si comincia da un quadro negativo, quello tracciato da Nadia Portioli, analista del centro studi Mediobanca, che parte dall’analisi dei bilanci delle quotate del settore. «La moda è uno dei settori più penalizzati dall’impatto del Covid-19 - spiega -. Basti pensare che il calo medio di fatturato registrato dalle multinazionali nel primo semestre 2020 è del 7%, mentre le aziende del settore fashion hanno perso il quadruplo: il 28% dei ricavi nello stesso periodo di tempo». La crisi, dopo un primo trimestre di leggera flessione sotto il peso del lockdown in Cina (-15%) e poi in Italia, si è manifestata appieno nel secondo trimestre con un -41% nei ricavi del settore. «Una battuta d’arresto senza precedenti - conferma Portioli - per il settore moda la peggiore dell’era moderna. Se guardiamo alla marginalità, la situazione appare anche peggiore: nel primo semestre 2019 il margine l’ebit medio delle aziende del settore era del 18%, nel 2020 è stato del 4 per cento».

 

Eppure, insieme alla crisi del modello attuale, nei primi mesi del 2020 si sono manifestate anche le direttrici per la ripresa: l’e-commerce, con vendite cresciute a tassi record, la forza di un prodotto di alta qualità come quello italiano, la tenuta dei mercati asiatici e della Cina dove il calo di fatturato è stato inferiore rispetto all’Europa (-25% contro un -33%) e dove nel secondo trimestre si è vista un’inversione di tendenza, anche grazie al revenge spending.

 

A confermare la ripresa della Cina è anche Jean Cristophe Babin, ceo di Bulgari Group: «Nel terzo trimestre abbiamo avuto risultati sorprendenti, vicini a quelli del 2019», dice il manager. Che racconta come un grande gruppo come Bulgari - maison di alta gioielleria fondata a Roma, oggi parte del colosso Lvmh - abbia impiegato il periodo “nero” del lockdown. Investendo in formazione e digitalizzazione: «Abbiamo cercato di impiegare tempo del lockdown nel training, abbiamo potenziato il nostro e-commerce anticipando lo sviluppo di circa due anni, estendendo il servizio da 8 a 15 Paesi. I primi riscontri li abbiamo già: oggi in Usa il 18% delle vendite dei gioielli sono concentrate nel canale online, nel 2019 erano il 2 per cento». Il Covid-19 ha spinto il gruppo a investire per tutelare la filiera: «Innanziutto, di fronte al calo di attività, ci siamo fatti carico noi della quota più importante per garantire ai nostri partner storici - tra cui le 90 aziende orafe del distretto di Valenza Po - la sopravvivenza in un momento difficile». L’investimento sul territorio continuerà: «Nel 2024 apriremo una nuova manifattura a Valenza, creando 500 posti di lavoro», chiosa Babin. Che sottolinea che «il marchio è l’unico al mondo a produrre tutti i gioielli in Italia».

 

Il sostegno alla filiera nel momento di difficoltà è uno dei punti chiave su cui si è soffermato Matteo Lunelli, presidente della Fondazione Altagamma: «Nell’emergenza la prima preoccupazione è stata quella del sostegno alla filiera, per non perdere una componente essenziale del made in Italy», ha detto. Sottolineando l’importanza della collaborazione tra imprese, piccole e grandi, e tra imprese e istituzioni: «C’è voglia di dialogo e di collaborazione per incrementare la competitività delle imprese e, più in generale, di questo Paese. Abbiamo un dialogo dialogo aperto con il Governo perchè vogliamo che le risorse del Recovery fund e di altre iniziative abbiano la giusta attenzione verso i settori della moda alto di gamma che possono essere locomotiva per il Paese. Oggi abbiamo l’opportunità di ripartire con un riposizionamento verso l’alto e un rilancio del turismo internazionale che è da sempre un bacino di riferimento per il made in Italy non solo perché acquista i prodotti ma perché si innamora dell’italian lifestyle».

 

A parlare di italian lifestyle guardando al futuro, infine, è stato Diego Della Valle, presidente di Tod’s Group: «Il Covid-19 ci ha colto nel pieno di un processo di trasformazione verso il digitale che oggi è sempre più importante: l’heritage, infatti, da solo non basta più, ma deve essere veicolato utilizzando un linguaggio e dei canali specifici per arrivare a dialogare con consumatori di nuova generazione che hanno la religione del web ma magari ignorano l’esistenza di un lifestyle italiano e comprano una felpa perché la vedono indossata da un rapper». Secondo Della Valle «Ci troveremo di fronte a uno scenario nuovo e chi avrà coniugato bene l’heritage con creatività e la modernità sul web sarà ancora in partita. Il nostro impegno è giocare questa partita», dice. E, infine, si pronuncia sull’idea di un nuovo lockdown: «Il sistema farebbe fatica a reggere un colpo così pesante come un nuovo stop».


FONTE: SOLE24ORE



GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA: BOOM DEL COMMERCIO ONLINE

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 08.10

Il Covid-19 ha dato una forte spinta all'eCommerce: in Italia i volumi di transazioni online negli ultimi 12 mesi sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo nel lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%. Uno scenario che ha visto i "negozi online" gestire una domanda 10 volte superiore nella fase Covid, generando nel 25% dei casi problemi nella logistica, con carenza di prodotti disponibili (26%) e un 18% di casi in cui non è stato possibile recapitare la merce. Difficoltà dovute a un’improvvisa crescita della domanda, nonostante le quali il tasso di soddisfazione dell’esperienza di acquisto è rimasto elevato, anzi, con un incremento importante sia nel periodo del lockdown che in quello attuale: a settembre si è registrato un gradimento da parte dei consumatori online dell’8,5 in una scala da 1 a 10.

Archiviati i problemi di consegna, gli eShopper italiani continuano infatti a esplorare nuove categorie di acquisto online: il 36,4% (+1,8% rispetto ad aprile) ha pensato di acquistare online prodotti che prima aveva sempre comprato in negozio; il 25% (23,3% ad aprile) ha fatto la spesa online; tuttavia, il 42% dei consumatori digitali ritiene che i prezzi siano più alti (erano il 28% ad aprile).

Il distanziamento sociale ha dunque modificato le abitudini dei consumatori online, mentre la consegna contactless - a casa come in ufficio - resta ancora quella preferita da oltre il 93% degli utenti. E l’accelerazione impressa dalla pandemia all’eCommerce non si è arrestata anche dopo il lockdown. Anzi, proprio il periodo successivo ha visto crescere la frequenza all'acquisto online da parte degli utenti del 79%.

Complessivamente i volumi di transazioni online negli ultimi 12 mesi sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo nel lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%. Insomma, come emerso nell’edizione speciale di Netcomm Forum Live, in collaborazione con NetStyle e TuttoFood Milano, e in un format interamente digitale, il processo innescato è irreversibile. Con la conseguenza che «il consolidamento di abitudini di consumo sempre più ibride, tra canali fisici e digitali, e la tendenza a preferire modalità di acquisto e di pagamento contactless, mette di fronte le imprese italiane alla necessaria implementazione di tecnologie». Se di vuole restare competitivi dunque la scelta di sbarcare su Internet con i propri prodotti è irrinunciabile.


FONTE: LA STAMPA




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