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Rassegna stampa

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CESSIONARIO RESPONSABILE DEI DEBITI ANCHE CON CESSIONE DI RAMO D'AZIENDA

Pubblicato il 01 settembre 2020 alle 13.40

L’art. 2560 c.c., in tema di cessione d’azienda o di ramo d’azienda:

- da un lato, inserisce nel contesto della cessione d’azienda la disciplina generale in tema di accollo dei debiti (art. 1273 c.c.);

- dall’altro, introduce una specifica disciplina della responsabilità patrimoniale del soggetto che acquisisce l’azienda, per le passività ad essa relative, anche nel caso in cui le parti non prevedano il contestuale accollo delle medesime.

La responsabilità ex lege del cessionario dell’azienda, prevista dal secondo periodo dell’art. 2560 c.c., soggiace, però ad un limite: deve trattarsi si passività inerenti al complesso aziendale risultanti dai libri contabili obbligatori tenuti dal cedente.

Resta possibile per le parti della cessione disporre un patto espresso di accollo avente ad oggetto anche i debiti contratti dal cedente e non risultanti dai libri obbligatori.


FONTE: EUTEKNE



CONTRATTI RISCRITTI CAUSA COVID

Pubblicato il 01 settembre 2020 alle 08.50

Va rinegoziato il contratto squilibrato dalle misure anti Covid-19. Risoluzione e risarcimento del danno non possono essere le uniche forme di tutela quando la parte avvantaggiata disattende ogni obbligo di protezione nei confronti dell'altra. E c'è spazio anche per un intervento del giudice del merito, che pure non può sostituirsi alla volontà delle parti: è solo il ricorso all'equità che consente all'autorità giudiziaria di individuare elementi e aspetti del regolamento negoziale non definiti dai contraenti né determinati da disposizioni di leggi o usi. Insomma: l'intervento sostitutivo intanto è possibile se dal contratto emergono i termini nei quali le parti hanno voluto suddividere il rischio che deriva dall'esecuzione dello strumento negoziale. È quanto emerge dalla relazione 56/2020, pubblicata dall'ufficio del massimario della Cassazione sulle «Novità normative sostanziali del diritto “emergenziale” anti-Covid 19 in ambito contrattuale e concorsuale».

 

Lancette ferme. Per affrontare la pandemia il Governo ha fatto ricorso a quatto decreti legge: il primo, il 9/2020, per l'allarme lockdown, il Cura Italia, il decreto liquidità e quello giustizia. Ne risulta «una trama fitta di norme emergenziali e transitorie», rileva l'ufficio diretto dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio, che «ferma le lancette dell'orologio dei rapporti negoziali tendenzialmente per l'anno in corso», in attesa dei tempi migliori (oltre a concedere «moratorie generalizzate» e a sterilizzare alcune norme di diritto societario e concorsuale che sono avvertite come stridenti rispetto alla crisi).

 

Casse contagiate. Anche «il venir meno del flusso di cassa è un contagio diffuso», scrive il magistrato estensore Salvatore Leuzzi. Ma la terapia non è la cesura del vincolo negoziale, bensì sospendere, postergare e ridurre le obbligazioni previste. La risposta all'esigenza di manutenzione del regolamento negoziale va trovata nel diritto contrattuale riletto alla luce del principio di solidarietà e rivitalizzato attraverso la clausola di buona fede «in un'ottica costituzionalmente orientata». Dunque? La rinegoziazione deve ritenersi impellente non soltanto quando le prestazioni sono in concreto interdette dalle misure di contenimento ma anche se si configura un aumento smisurato dei costi di produzione o di approvvigionamento di materie prime e servizi.

 

Sentenza costitutiva. È tuttavia angusto lo spazio per l'intervento del giudice, che può operare soltanto dall'interno del contratto servendosi di tutti gli strumenti forniti dalla legge per l'interpretazione. E unicamente quando sono le stesse parti a offrire nel regolamento negoziale i criteri per ristabilire l'equilibrio negoziale. I contraenti sono tenuti a trattare secondo buona fede: l'accordo per proseguire nell'esecuzione del contratto o scioglierlo deve convenire a entrambi. Il ricorso all'equità, d'altronde, non costituisce un principio di giustizia morale: il giudice che integra il contratto ne determina il contenuto in base ai criteri che gli offre il mercato. E se nel frattempo sono cambiati i costi indispensabili per l'esecuzione bisogna rimodulare le modalità attuative o incrementare il prezzo finale. Quando si ravvisa l'obbligo in capo alle parti di rinegoziare il rapporto squilibrato, si può ipotizzare che in caso d'inadempimento non scatti solo il risarcimento ma si possa chiedere l'esecuzione specifica dell'obbligo di concludere il contratto ex articolo 2932 Cc: la parte che non ottiene dall'inadempiente il contratto modificativo cui ha diritto può quindi chiedere che sia il giudice a costituirlo con la sua sentenza.

 

 

 


FONTE: ITALIAOGGI



CRISI, CAMBIANO I TEMPI E LIMITI PER LE SEGNALAZIONI DI ALLERTA

Pubblicato il 09 marzo 2020 alle 14.00

Le principali modifiche ai meccanismi di allerta della crisi contenuti nel Codice della crisi di impresa, derivanti dal combinato disposto del DL. n. 9/2020, recante «Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19» del 2 Marzo scorso e dal decreto correttivo (approvato dal consiglio dei ministri nella seduta del 13 febbraio 2020) riguardano:

- il rinvio al 15.2.20121 della procedura di allerta nei confronti dell’OCRI (organismo di composizione della crisi);

- la rivisitazione delle soglie per le segnalazioni da parte dell’Agenzia delle entrate sugli omessi versamenti dell’IVA;

- il coordinamento tra sindaci e revisori;

- una migliore definizione degli indici e degli indicatori della crisi.


FONTE: ITALIAOGGI



RINVIO NOMINA REVISORI SRL

Pubblicato il 19 febbraio 2020 alle 13.00

Il Ddl. di conversione del DL 162/2019 (milleproroghe) - su cui il Governo ha posto la questione di fiducia e che verrà votato alla Camera il 19.2.2020 - conferma la modifica dell’art. 379 co. 3 primo periodo del DLgs. 14/2019, stabilendo che le srl obbligate dalla nuova disciplina alla nomina dell’organo di controllo o del revisore legale potranno provvedervi “entro la data di approvazione dei bilanci relativi all’esercizio 2019 stabilita ai sensi dell’articolo 2364, secondo comma, del codice civile” (ovvero entro il 29.4.2020 o, in caso di rinvio dei termini di approvazione ex art. 2364 co. 2 secondo periodo c.c., entro il 28.6.2020).

Si ricorda che il testo dovrà essere esaminato anche dal Senato, ma, dovendo essere convertito entro il prossimo 29.2.2020, è molto probabile che non subirà ulteriori modifiche.

Viene quindi meno il termine originario del 16.12.2019.


FONTE: EUTEKNE



FUORI IL SOCIO ASSENTEISTA

Pubblicato il 30 settembre 2019 alle 13.55

Con le nuove massime H.I.29 - in tema di spa - e I.H.20 - in tema di srl - il Comitato Notarile del Triveneto ha qualificato come legittima la clausola contenuta nello statuto di una spa o di una srl che consenta di provocare l’estromissione del socio dalla compagine sociale mediante il riscatto delle azioni - nella spa - o l’esclusione - nella srl - laddove il socio medesimo rimanga assente dalle assemblee per un “periodo di tempo significativo”.

Al riguardo l’Autore rileva come la disciplina delle società di capitali non imponga ai soci l’obbligo di partecipare alle assemblee. Inoltre, se la disciplina della srl contempla, in effetti, la possibilità di prevedere cause di esclusione del socio dalla società, ma solo in caso di “giusta causa”, nella spa questa facoltà di prevedere l’esclusione del socio per giusta causa non è prevista dalla legge. Da ciò si dovrebbe desumere che non sarebbe possibile prevedere cause di esclusione del socio dalla spa per “giusta causa”.

Peraltro, mediante lo strumento delle azioni riscattabili (e mediante l’istituto dell’esclusione) si renderebbe legittimo introdurre nello statuto il principio della rilevanza della partecipazione del socio alle assemblee societarie in base all’idea che l’assenteismo del socio sia reputato come “lesivo degli interessi della società” da esso partecipata.


FONTE: SOLE24ORE



OMESSA O TARDIVA CONVOCAZIONE ASSEMBLEA DEI SOCI O OMESSO DEPOSITO DEL BILANCIO

Pubblicato il 05 settembre 2019 alle 15.00

Le fattispecie quali omessa o tardiva convocazione dell’assemblea ai fini dell’approvazione del bilancio d’esercizio e l’omesso deposito dello stesso comportano diverse conseguenze in capo agli amministratori e al collegio sindacale.

Le prime due ipotesi in esame sono quelle di:

• Assemblea non convocata nel termine previsto dalla legge (entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio sociale oppure entro 180 giorni, in caso di proroga).

Gli amministratori sono tenuti a convocare l’assemblea anche se i termini per la convocazione dovessero risultare scaduti, onde assicurare, seppure in ritardo, l’approvazione dei risultati della gestione.

La tardiva convocazione dell’assemblea comporta le seguenti conseguenze:

1) Non incide sulla successiva delibera di approvazione del bilancio (cfr. Trib. Roma 3.5.2017 e Trib. Napoli 22.4.2009);

2) Giustifica l’immediata revoca degli amministratori e dei sindaci (e la nomina di un amministratore giudiziario).

3) Può essere fonte di responsabilità per gli amministratori ai sensi degli artt. 2392 e 2393 (cfr. Trib. Napoli 22.4.2009).

Qualora l’assemblea venga convocata tempestivamente ma deliberi tardivamente (ad esempio per il mancato raggiungimento dei quorum richiesti in prima convocazione), non si configura alcuna responsabilità da parte di amministratori e sindaci. Come specificato dalla Fondazione nazionale dei commercialisti, entro i 120 (o 180) giorni dalla chiusura dell’esercizio sociale deve effettuarsi solo la prima convocazione, potendo la seconda avvenire anche oltre il predetto termine, purché entro 30 giorni dalla prima (cfr. anche Trib. Napoli 14.12.2007).

• Assemblea non convocata.

L’omessa convocazione dell’assemblea comporta le seguenti conseguenze:

1) Conseguenze sanzionatorie di carattere amministrativo.

L’art. 2631 c.c. stabilisce che gli amministratori e i sindaci che omettono di convocare l’assemblea dei soci nei casi previsti dalla legge o dallo statuto, nei termini ivi previsti, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.032,00 a 6.197,00 euro (co. 1 prima parte). Il potere di irrogare tale sanzione amministrativa pecuniaria spetta alle competenti Camere di Commercio (cfr. Cass. n.6559/2007.

2) Può essere fonte di responsabilità per gli amministratori ai sensi degli artt. 2392 e 2393 allorché si dimostri il nesso causale tra la condotta tenuta da questi ultimi e l’eventuale danno subito dalla società;

3) Giusta causa di revoca degli amministratori (e dei sindaci) da parte dei soci per mancato rispetto degli obblighi di diligente assolvimento dei propri compiti (cfr. Trib. Milano 16.4.84).

In caso di mancata predisposizione del bilancio, e in assenza della convocazione da parte degli amministratori, l’assemblea dovrebbe essere convocata dai sindaci, con all’ordine del giorno l’approvazione del progetto di bilancio. Ciò consentirebbe all’organo di controllo, da un lato, di evitare le sanzioni amministrative di cui all’art. 2631 c.c., e, dall’altro, di sottoporre all’attenzione dei soci la grave omissione e le relative responsabilità dell’organo di gestione. Ovviamente, qualora il progetto di bilancio non sia stato redatto dagli amministratori, durante la riunione nulla potrà essere deliberato in merito alla approvazione del bilancio (mancando l’oggetto stesso della delibera) e, quindi, nessun documento potrà essere presentato al Registro delle imprese.

• Omesso deposito del bilancio presso il registro delle imprese entro 30 giorni dalla sua approvazione.

Anche in tal caso avremo le seguenti conseguenze:

1) Sanzione amministrativa pecuniaria in capo a ciascun amministratore, pertanto nessun effetto estintivo può, quindi, attribuirsi al pagamento già effettuato da uno di essi (cfr. Cass. n. 21503/2012), poiché l’obbligo del deposito grava su ciascun amministratore. Ne consegue che, in caso di violazione dell’obbligo, ciascuno di essi risponde per fatto proprio e l’irrogazione della sanzione prescinde da qualsiasi rapporto di solidarietà;

2) Può essere fonte di responsabilità per gli amministratori ai sensi degli artt. 2392 e 2393 allorché si dimostri il nesso causale tra la condotta tenuta da questi ultimi e l’eventuale danno subito dalla società;

Viceversa, nel caso di omissione nel deposito del bilancio, la responsabilità dei sindaci è nulla poiché sino a quando il termine non sia decorso, infatti, non sussiste alcun inadempimento da parte degli amministratori.


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SENZA LA PUBBLICAZIONE DEL BILANCIO NON C'E' PRESCRIZIONE PER MALA GESTIO

Pubblicato il 05 settembre 2019 alle 13.00

La Corte di Cassazione, nella sentenza 4.9.2019 n. 22077, in relazione all’azione di responsabilità ex art. 2394 c.c., ha precisato che, ai fini della prescrizione, l’assenza di pubblicazione del bilancio, utile a rendere chiara l’incapienza ai creditori, non può essere “surrogata” né dai decreti ingiuntivi a carico della fallita, né dalla revoca dei fidi bancari, né dal mancato rispetto dei piani di rientro concordati con i creditori.

È vero, infatti, che il bilancio d’esercizio che segnala il “rosso” è utile a comunicare lo stato di incapienza della società, ma è vero anche che, se non viene pubblicato, sono al corrente del deficit solo gli organi sociali e non i terzi. Il “dies a quo” per la prescrizione, quindi, può partire solo dal momento della pubblicazione dei “conti”, perché solo allora ai creditori è chiara la situazione patrimoniale.


FONTE: SOLE24ORE



IL MARCHIO, NOZIONE E REQUISITI

Pubblicato il 06 maggio 2019 alle 14.50 Comments commenti (342)

Il marchio - disciplinato dagli artt. 2569 - 2574 c.c. e dal Codice della proprietà industriale (DLgs. 30/2005, come modificato dal DLgs. 131/2010 e dal DLgs. 15/2019) - è un elemento distintivo di prodotti e servizi di un’impresa, costituito da tutti i segni, in particolare le parole, compresi i nomi di persone, i disegni, le lettere, le cifre, i suoni, la forma del prodotto o della confezione di esso, le combinazioni o le tonalità cromatiche, atti a distinguere i prodotti o i servizi di un'impresa da quelli di altre imprese.

Il marchio deve avere le seguenti caratteristiche:

  • Liceità (art. 14 del DLgs. 30/2005), per cui non possono costituire oggetto di registrazione i segni contrari alla legge, all'ordine pubblico e al buon costume;
  • Non decettività (art. 14 co. 1 lett. b del DLgs. 30/2005), per cui non sono registrabili i segni idonei ad ingannare il pubblico, con riferimento alla provenienza geografica, alla natura o alla qualità dei prodotti o servizi, ovvero sulla tipologia di marchio;
  • Capacità distintiva rispetto agli altri prodotti o servizi dello stesso genere presenti sul mercato (art. 13 co. 1 del DLgs. 30/2005);
  • Novità (art. 12 co. 1 del DLgs. 30/2005). In tal senso è ritenuto non nuovo il marchio che sia uguale ad un marchio notorio utilizzato per prodotti o servizi diversi da quelli rappresentati dal marchio in quanto in tale caso il marchio notorio gode di quella che si chiama una tutela “ultramerceologica”.

Il marchio è nullo quando (art. 25 del DLgs. 30/2005):

1) Manca di uno dei requisiti di cui all'art. 7 del DLgs. 30/2005 (non può essere oggetto di registrazione) o sussiste uno degli impedimenti previsti dall'art. 12 del DLgs. 30/2005 (manca di novità );

2) Non è registrabile perché in contrasto con il disposto degli artt. 9, 10, 11, 11-bis, 13, 14 co. 1 e 19 co. 2 del DLgs. 30/2005;

3) E' in contrasto con il disposto dell'art. 8 del DLgs. 30/2005, relativo ai requisiti per la registrazione come marchi di ritratti di persone, nomi e segni notori;

4) Nel caso dell'art. 118 co. 3 lett. b) del DLgs. 30/2005 (brevetto o registrazione concessi a nome di chi non ne aveva diritto).

I marchi collettivi sono segni distintivi che caratterizzano i prodotti o i servizi di più imprese e svolgono la funzione di garantire l'origine, la natura o la qualità di quei beni o servizi (art. 2570 c.c. e art. 11 del DLgs. 30/2005). Tali marchi possono essere registrati da persone giuridiche di diritto pubblico, associazioni di categoria di fabbricanti, produttori, prestatori di servizi o commercianti, escluse le società di cui al libro quinto, titolo quinto, capi quinto, sesto e settimo, del codice civile.

Viceversa i marchi di certificazione, introdotti dal DLgs. 15/2019, sono marchi che garantiscono l'origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, la cui registrazione può essere richiesta solo da soggetti che non svolgano un'attività che comporta la fornitura di prodotti o servizi del tipo certificato.

Il marchio deve essere registrato presso "l'Ufficio italiano brevetti e marchi" o presso le "Camere di commercio, industria, agricoltura e artigianato": dalla data di deposito della relativa domanda decorre il diritto all'uso esclusivo del marchio, che dura dieci anni (art. 15 del DLgs. 30/2005), con possibilità di rinnovo per periodi di dieci anni.


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LE SCRITTURE CONTABILI E L'EFFICACIA PROBATORIA

Pubblicato il 09 aprile 2019 alle 14.30 Comments commenti (359)

L'efficacia probatoria della contabilità in relazione ai crediti nei rapporti tra imprenditori, è regolata da disposizioni normative del codice civile.

Nel dettaglio l’art. 2709 c.c. recita: << libri e le altre scritture contabili delle imprese soggette a registrazione fanno prova contro l'imprenditore. Tuttavia chi vuol trarne vantaggio non può scinderne il contenuto >>.

Prosegue l’art. 2710 c.c.: << I libri bollati e vidimati nelle forme di legge, quando sono regolarmente tenuti possono fare prova tra imprenditori per i rapporti inerenti all'esercizio dell'impresa. >>

Da quanto indicato dal legislatore civile, possiamo dedurre come le scritture contabili possono fare prova:

Contro l’imprenditore, in qualunque caso, anche se non si tratta di una prova piena e assoluta;

A favore dell’imprenditore, ma solo se sussistono determinate condizioni:

1) Che si tratti di libri bollati nelle forme di legge.

2) Che siano regolarmente tenuti, pena l'inutilizzabilità in sede probatoria della stessa.

3) Che la controversia in cui si invocano intercorra tra soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili e riguardi rapporti inerenti all’esercizio delle loro imprese (art. 2710 c.c.). In altre parole, le scritture contabili possono fare prova anche a favore dell’imprenditore, solo nei rapporti tra imprenditori e limitatamente ai rapporti relativi all’esercizio dell’impresa.

Le scritture contabili vengono prodotte spontaneamente in giudizio, sebbene possano anche essere ordinate dal giudice.

Ovviamente le scritture contabili non sono “prova assoluta” di avvenuto pagamento di una fattura in sede di contenzioso tra imprese. Come da sentenza n. 105/2011 della Corte di Cassazione, le scritture contabili, pur se regolarmente tenute, non hanno valore di prova legale a favore dell’imprenditore che le ha redatte, e, pertanto, qualora egli intenda utilizzarle come mezzi di prova nei confronti della controparte ai sensi dell’art. 2710 c.c., le scritture stesse sono soggette, come ogni altra prova, al libero apprezzamento del giudice, al quale spetta stabilire, nei singoli casi, se ed in quale misura siano attendibili ed idonee, eventualmente in concorso con altre risultanze probatorie, a dimostrare la fondatezza della pretesa (o della eccezione) della parte che le ha prodotte in giudizio (Cass. n. 3188/2003, n. 1715/2001, n. 3108/96).

In merito al valore probatorio della fattura, questa non è prova del contratto, ma, al più, rappresenta un mero indizio della stipulazione di quest'ultimo e dell'esecuzione della prestazione indicata. Le fatture commerciali, pur essendo prove idonee ai fini dell'emissione del decreto ingiuntivo, hanno tal valore esclusivamente nella fase monitoria del procedimento, mentre nel giudizio di opposizione all'ingiunzione, come in ogni altro giudizio di cognizione, le fatture, essendo documenti formati dalla stessa parte che se ne avvale non integrano, di per sé, la piena prova del credito in esse indicato e non comportano neppure l'inversione dell'onere della prova in caso di contestazione sull'an o sul quantum del credito vantato in giudizio» (così, Cass. sent. n. 3090/1979; ex plurimis, idd., 24 luglio 2000, n. 9685, 25 novembre 1988, n. 6343; tra la giurisprudenza di merito, Trib. Isernia, 27 dicembre 2001, Trib. Cagliari, 16 dicembre 1992, Pret. Palermo, 22 luglio 1991).


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TRASFERIMENTO CREDITI NELLA CESSIONE D'AZIENDA

Pubblicato il 28 marzo 2019 alle 13.00 Comments commenti (461)

L’art. 2559 non specifica esattamente se, con la cessione d’azienda, si determina un automatico passaggio dei crediti bensì prevede che la cessione dei crediti ha effetto, senza che sia necessaria l’accettazione da parte del debitore, a seguito dell’iscrizione presso il registro delle imprese.

Pertanto è consigliabile, al fine di evitare future controversie, di specificare nell’atto di cessione se vengono ceduti anche i crediti precisando, in apposito allegato, importo e scadenza per ciascuno di essi.

In ogni caso, continua il legislatore, il debitore si considera liberato dal debito se effettua il pagamento all’alienante in buona fede.

Sebbene, nell’ambito della cessione d’azienda, il trasferimento dei crediti avvenga pro soluto, nulla vieta alle parti di stabilire un patto contrario per tutti o soltanto alcuni dei crediti oggetto di cessione: in tal modo il cessionario avrà la possibilità di agire in regresso nei confronti del cedente in caso di mancato adempimento da parte del debitore ceduto.

Diversa, invece, è la disciplina inerente la cessione dei crediti per imposte dirette ed Iva maturati in capo al cedente, la quale prevede che la cessione dell’azienda non comporta l’automatico trasferimento di detti crediti in capo all’acquirente.

Per procedere a tale trasferimento si dovrà seguire una diversa procedura in base alla tipologia del credito fiscale:

• Per le eccedenze riguardanti le imposte dirette, il trasferimento – ai sensi dell’art. 43-bis del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 - deve risultare dalla dichiarazione dei redditi e richiesto nella stessa a rimborso. Infatti la cessione di tale eccedenza deve essere effettuata mediante un atto pubblico o una scrittura privata autenticata da un notaio, da notificare ai seguenti soggetti:

1) Agenzia delle Entrate competente per territorio in ragione del domicilio fiscale del cedente al momento della cessione;

2) Concessionario della riscossione competente, sempre in ragione del domicilio fiscale del cedente al momento della cessione.

Il credito fiscale ricevuto, per effetto della cessione, non potrà essere utilizzato in compensazione dal concessionario, il quale dovrà, pertanto, attendere il buon esito della pratica di rimborso.

• Il credito Iva può essere trasferito inserendo nell’atto di cessione dell’azienda un’apposita clausola dove si precisa che il credito Iva si trasferisce unitamente all’azienda.


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