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Rassegna stampa

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INFRASTRUTTURE E BANDA LARGA: LE SCELTE PER SPINGERE L'ECONOMIA

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 10.15

Quello che serve - sono tutti d’accordo - è un piano-Paese. Soprattutto ora con i fondi dell’Europa (quei 209 miliardi destinati all’Italia) per attutire il colpo della pandemia e costruire il nostro futuro. Per non perdere l’occasione della Storia - «visto che si tratta di risorse due e volte e mezzo il piano Marshall», rileva Stefania Radoccia di Ey - bisogna darsi delle priorità. La società di consulenza strategica ne propone tre. Alla nostra classe dirigente che ieri era rappresentata per intero al convegno ibrido (fisico e virtuale) EY Capri Digital Summit.

L’amministratore delegato di Ey in Italia, Massimo Antonelli, li chiarisce subito e più di qualcuno ha preso appunti: 1) La pubblica amministrazione dovrebbe essere la cinghia di trasmissione dei fondi ma non sappiamo se è in grado di farlo. L’età media nel pubblico impiego è altissima: il 2% del personale è under 35; 2) Mettere le imprese al servizio della trasformazione tecnologica del Paese; 3) Serve un investimento sulle competenze. La scuola era un ascensore sociale, ora brancola nel buio.

Primo corollario, registra Marco Daviddi di Ey: «Serve uno choc infrastrutturale - reti fisiche e virtuali come la banda larga - ma anche trasporto pubblico locale». Al momento il contributo dei privati, seppur in crescita, è pari al 5,5% del Pil, del 2% per la spesa pubblica. Germania e Francia viaggiano attorno all’8. Partenariato pubblico-privato su cui investire. Il modello può essere Cassa Depositi. Dice l’ad Fabrizio Palermo: «Siamo un investitore dinamico e paziente». Per gestire il risparmio e dargli forma al servizio del cambiamento. Il polo dei pagamenti digitali tra Sia-Nexi ne è il primo esempio. L’ingresso nel capitale di Borsa è il secondo. Il terzo è il turismo e le risorse per il capitale di rischio a supporto dell’innovazione.

Secondo corollario: Francesco Starace, a capo di Enel, dice che serve subito anche «una riforma della governance europea». Perché senza la connessione col mondo possiamo poco. «Abbiamo un’economia fuori scala rispetto al Paese». I Paesi presi singolarmente - dice Starace - non sono in grado di gestire un volume di investimenti paragonabile ai fondi del Recovery». Se parliamo di connettività non può non venire in mente Alitalia. Dice Fabio Lazzerini, ceo designato di Alitalia («Quando arriva la newco? - chiede - noi siamo a pronti a partire»;). Nel trasporto aereo quest’anno si perderanno 500 miliardi di ricavi. «Ma se tutti i governi del mondo stanno investendo nel capitale delle compagnie un motivo c’è», dice Lazzerini. «Il 76% dei sedili di Alitalia è su voli domestici. Troppi. Troppo pochi quelli su rotte internazionali». Da qui le difficoltà dei produttori di aerei civili e il loro indotto. Alessandro Profumo guida un fornitore di Airbus e Boeing come Leonardo. Dice che «nei nostri stabilimenti del Sud, se viene approvato un programma dal sistema della Difesa europeo, potremmo portare delle capacità di sviluppo per fare in modo innovativo delle ali».

Ma il futuro non può non essere determinato da una strategia energetica nazionale. Marco Alverà guida Snam. «Bisogna pensare da qui a 5 anni. E non possiamo non farlo con l’idrogeno il cui costo diventerà competitivo. La politica energetica europea è guidata dalla Germania, che deve uscire dal carbone e dal nucleare». Ma senza il contributo delle nuove generazioni tutto passa in secondo piano. «Quale futuro vogliamo costruire se la metà dei nostri giovani sta in panchina?», arringa Donato Iacovone, presidente di WeBuild. «D’altronde è sempre una questione di tempi», dice il commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Se prendiamo in tempo il virus costruiamo il futuro. Con Immuni. In proposito: «Sette milioni di download sono pochi».


FONTE: CORRIERE DELLA SERA



ALLARME DI CONFCOMMERCIO, CON IL COVID 40MILA AZIENDE A RISCHIO USURA

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 09.20

La riduzione dei volumi d’affari, insieme alla mancanza di liquidità e alla difficoltà di accesso al credito, cui si aggiungono le complicazioni nella gestione delle normative sanitarie, stanno mettendo in ginocchio il mondo delle imprese. In primo piano c’è il mancato accesso a nuovi finanziamenti che spingono molte aziende a esporsi al mondo della criminalità. Per Confcommercio è una vera emergenza. L’associazione ha rl ilevato che sono ormai circa 40mila le attività in Italia sono a rischio usura, «un fenomeno che risulta in crescita e che è ancora più grave, in particolare, nel Mezzogiorno e nel comparto turistico-ricettivo con la crisi provocata dalla pandemia che ha aumentato nettamente l'esposizione delle imprese ai fenomeni criminali». E' quanto risulta da un'analisi dell'Ufficio Studi Confcommercio sulla percezione dell'usura tra le imprese del commercio e dei servizi.

«Esiste un pericolo reale» è l’allarme lanciato da Carlo Sangalli, Presidente Confcommercio. Aiuti più efficaci per le imprese che a causa della crisi provocata dalla pandemia sono sempre più esposte a fenomeni criminali: «ampie moratorie fiscali e dei prestiti bancari e più indennizzi a fondo perduto per ridare ossigeno alle imprese» chiede Sangalli.

In generale, nel difficile momento che l’economia sta vivendo i maggiori problemi che le imprese del terziario lamentano sono la perdita di fatturato (per quasi il 38% degli imprenditori) e la mancanza di liquidità che, insieme alla difficoltà di accesso al credito, rappresenta un forte ostacolo all’attività per il 37% delle imprese. Tutto ciò contribuisce a rendere sempre più fragile un sistema imprenditoriale che, dal 2019 ad oggi, ha visto quasi raddoppiato il numero di imprese (sono quasi 300mila nel 2020) che non ha ottenuto il credito richiesto risultando, pertanto, sempre più esposto al rischio usura.

Non sorprende dunque che negli ultimi sei mesi è aumentato il numero di imprenditori che ha chiesto un prestito a soggetti fuori dai canali ufficiali (14% contro 10%).

In questa situazione, il 30% degli imprenditori, pur riconoscendo di avere un sostegno dall’azione delle forze dell’ordine e dalle associazioni imprenditoriali dichiara di sentirsi comunque solo di fronte al pericolo di infiltrazioni della criminalità.


FONTE: LA STAMPA



ISTAT, BALZO DELLA PRODUZIONE DI AGOSTO DEL 7,7 PER CENTO

Pubblicato il 09 ottobre 2020 alle 08.45

Il gap annuo si riduce a soli tre decimali, un risultato insperato fino a pochi mesi fa. Ma i dati di agosto della produzione industriale confermano la prosecuzione del percorso di recupero avviato dal Paese, in condizioni migliori al momento rispetto ai concorrenti europei.

La produzione industriale rilevata dall’Istat aumenta infatti di un robusto 7,7% rispetto a luglio, sulla base dei dati destagionalizzati, mentre è in frenata dello 0,3% rispetto ad agosto 2019.

La chiusura del gap è in effetti ben oltre le attese, tenendo conto che ad aprile la voragine produttiva su base annua era pari a 43 punti, ridotti a 20 a maggio, scesi ancora a 14 a giugno e poi a poco più di otto a luglio. Agosto, con un deficit di appena tre decimali, è di fatto in linea con lo stesso mese del 2019, un confronto pre-Covid.

Nella media del trimestre giugno-agosto il livello della produzione cresce così del 34,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Ma il risultato più eclatante riguarda l’indice complessivo della produzione, che si porta oltre quota 105, tornando quindi oltre i livelli pre-covid (a febbraio era pari a 103,2): per trovare un livello più alto occorre tornare ad agosto 2019.

Recupero peraltro corroborato da altri segnali che vanno nella stessa direzione della produzione. A partire dall’export, che nelle rilevazioni di luglio accorcia ancora il gap rispetto al periodo pre-crisi, presentando un calo di poco più di sette punti rispetto allo stesso mese del 2019 e indicando per la prima volta dall’avvio dell’emergenza un rimbalzo convinto (+14%) per le nostre vendite in Cina, primo paese ad aver affrontato ma anche ad essere uscito dall’emergenza.

Entusiasmo comunque da frenare, guardando alla difficoltà della lettura statistica, che a settembre fornirà dati un poco più omogenei, almeno su base annua. Se infatti l’agosto degli ultimi anni è certo profondamente diverso da quello del passato, in cui l’intera attività produttiva manifatturiera italiana si fermava all’unisono, va detto che nel 2020 l’anomalia è stata evidente. Con numerose imprese impegnate a lavorare oltre la media, restringendo quindi l’utilizzo delle ferie per smaltire gli ordini non evasi nel periodo di lockdown. Il punto chaive è quello di capire se questo trend può proseguire o se invece si tratta di una fiammata temporanea.

Istat: l'economia recupera, ripartono consumi e fiducia

A trainare la produzione, nei dati Istat, sono in particolare i mezzi di trasporto e le auto ma segnali positivi su base annua vi sono anche per farmaceutica, gomma-plastica, metallurgia ed elettronica.

Il dato italiano è decisamente migliore rispetto a quello di Berlino, dove la produzione cede lo 0,2% rispetto al mese precedente, il 9,6% su base annua, per effetto in particolare del rallentamento dell’auto.

In Francia la crescita mensile è stata dell’1,3%, anche in questo caso rallentando il passo rispetto al periodo precedente: il livello pre-covid resta distante oltre sei punti per l’intera industria, il 7,4% per la manifattura.


FONTE: SOLE24ORE



STARTUP, GREEN E EXPORT: I TRE ASSI PER USCIRE DALLA CRISI COVID

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 11.15

La ripartenza del Paese dell'emergenza Covid passa da tre assi: startup innovative, green ed export. E' quanto mette in luce il nuovo focus Censis/Confcooperative "Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l'Italia che ce la fa" diffuso oggi nel corso dell'assemblea nazionale di Confcooperative. "Le startup innovative guidano la riscossa del Mezzogiorno - ha commentato il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini - Le imprese green assumeranno entro il 2024 1,6 milioni di persone, 6 ogni 10 nuovi posti di lavoro. Le imprese che esportano hanno retto meglio l'onda d'urto della pandemia".

 

I numeri messi in fila dal rapporto sulle piccole imprese innovative in effetti fanno ben sperare. A settembre hanno superato quota 12mila (+10,3% negli ultimi 12 mesi). Di queste, una su quattro è stata costituita in una delle regioni del Sud. Nel dettaglio la maggior parte delle delle startup è concentrata nelle regioni del Nord Ovest (34,5%), seguite dalle regioni del Mezzogiorno (24,5%), dal Nord Est (20,8%), e infine del Centro (20,3%). Tra le regioni con la più alta concentrazioni spiccono Lombardia (27,3%), Lazio (11,3%), Veneto (8,3%) e Campania (8,1%). Anche durante la fase più critica del contagio, i dati sono comunque risultati in crescita: +1,4% fra febbraio e marzo, +0,3% ad aprile, +0,6% a maggio rispetto al mese precedente.

 

Una forte spinta all'economia può arrivare anche da tutto il mondo green. Secondo il focus, dei 2,6 milioni di nuovi occupati previsti entro il 2024, 1,6 avranno bisogno di questo tipo di competenze, di cui 978mila in particolare legate alla sostenibilità ambientale. Intanto cresce anche la consapevolezza delle imprese. Il 75% delle imprese analizzate da Cerved nel corso di quest'anno ha dichiarato una maggiore sansibilità ai temi sociali e ambiental e il 57,1% ha dichiarato di voler orientare la propria attività sviluppando un maggiore impegno in iniziative di sostenibilità.

 

E sempre il focus punta le attenzioni sulle aziende esportatrici, che quest'anno dovrebbero essere in grado di assorbire un po' meglio l'urto dell'emergenza. Secondo le elaborazioni Istat il 48,1% registrerà quest'anno una flessione del fatturato, dato che sale al 54,2% per quelle non esporatrici. Minore è, inoltre, l'esposizione al rischio di chiusura dell'attività da parte di chi esporta (28,5%), rispetto a chi non è presente sui mercati mondiali (35,6%) e anche per quanto riguarda il vincolo del fattore liquidità, la differenza a favore delle imprese esportatrici è di sei punti (50,0% contro il 56% delle non esportatrici).


FONTE: LA REPUBBLICA



MODA E LUSSO, DAL COVID UN DURO COLPO MA IL MADE IN ITALY PENSA ALLA RIPARTENZA

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 08.40

Un settore decisivo per l’economia italiana, fortemente impattato dalla crisi legata alla pandemia di Covid-19, chiamato a raccogliere le forze e ripartire facendo leva sui propri elementi di unicità, senza dimenticare la tecnologia cui i consumatori sono sempre più devoti. È questo il ritratto del settore moda lusso che emerge dalla tavola rotonda «Made in Italy nel Fashion & Luxury: il ruolo dell'«artigianalità contemporanea», tenutasi nell’ambito della tre giorni Restart organizzata dal Sole 24 Ore in collaborazione con Financial Times.

 

Si comincia da un quadro negativo, quello tracciato da Nadia Portioli, analista del centro studi Mediobanca, che parte dall’analisi dei bilanci delle quotate del settore. «La moda è uno dei settori più penalizzati dall’impatto del Covid-19 - spiega -. Basti pensare che il calo medio di fatturato registrato dalle multinazionali nel primo semestre 2020 è del 7%, mentre le aziende del settore fashion hanno perso il quadruplo: il 28% dei ricavi nello stesso periodo di tempo». La crisi, dopo un primo trimestre di leggera flessione sotto il peso del lockdown in Cina (-15%) e poi in Italia, si è manifestata appieno nel secondo trimestre con un -41% nei ricavi del settore. «Una battuta d’arresto senza precedenti - conferma Portioli - per il settore moda la peggiore dell’era moderna. Se guardiamo alla marginalità, la situazione appare anche peggiore: nel primo semestre 2019 il margine l’ebit medio delle aziende del settore era del 18%, nel 2020 è stato del 4 per cento».

 

Eppure, insieme alla crisi del modello attuale, nei primi mesi del 2020 si sono manifestate anche le direttrici per la ripresa: l’e-commerce, con vendite cresciute a tassi record, la forza di un prodotto di alta qualità come quello italiano, la tenuta dei mercati asiatici e della Cina dove il calo di fatturato è stato inferiore rispetto all’Europa (-25% contro un -33%) e dove nel secondo trimestre si è vista un’inversione di tendenza, anche grazie al revenge spending.

 

A confermare la ripresa della Cina è anche Jean Cristophe Babin, ceo di Bulgari Group: «Nel terzo trimestre abbiamo avuto risultati sorprendenti, vicini a quelli del 2019», dice il manager. Che racconta come un grande gruppo come Bulgari - maison di alta gioielleria fondata a Roma, oggi parte del colosso Lvmh - abbia impiegato il periodo “nero” del lockdown. Investendo in formazione e digitalizzazione: «Abbiamo cercato di impiegare tempo del lockdown nel training, abbiamo potenziato il nostro e-commerce anticipando lo sviluppo di circa due anni, estendendo il servizio da 8 a 15 Paesi. I primi riscontri li abbiamo già: oggi in Usa il 18% delle vendite dei gioielli sono concentrate nel canale online, nel 2019 erano il 2 per cento». Il Covid-19 ha spinto il gruppo a investire per tutelare la filiera: «Innanziutto, di fronte al calo di attività, ci siamo fatti carico noi della quota più importante per garantire ai nostri partner storici - tra cui le 90 aziende orafe del distretto di Valenza Po - la sopravvivenza in un momento difficile». L’investimento sul territorio continuerà: «Nel 2024 apriremo una nuova manifattura a Valenza, creando 500 posti di lavoro», chiosa Babin. Che sottolinea che «il marchio è l’unico al mondo a produrre tutti i gioielli in Italia».

 

Il sostegno alla filiera nel momento di difficoltà è uno dei punti chiave su cui si è soffermato Matteo Lunelli, presidente della Fondazione Altagamma: «Nell’emergenza la prima preoccupazione è stata quella del sostegno alla filiera, per non perdere una componente essenziale del made in Italy», ha detto. Sottolineando l’importanza della collaborazione tra imprese, piccole e grandi, e tra imprese e istituzioni: «C’è voglia di dialogo e di collaborazione per incrementare la competitività delle imprese e, più in generale, di questo Paese. Abbiamo un dialogo dialogo aperto con il Governo perchè vogliamo che le risorse del Recovery fund e di altre iniziative abbiano la giusta attenzione verso i settori della moda alto di gamma che possono essere locomotiva per il Paese. Oggi abbiamo l’opportunità di ripartire con un riposizionamento verso l’alto e un rilancio del turismo internazionale che è da sempre un bacino di riferimento per il made in Italy non solo perché acquista i prodotti ma perché si innamora dell’italian lifestyle».

 

A parlare di italian lifestyle guardando al futuro, infine, è stato Diego Della Valle, presidente di Tod’s Group: «Il Covid-19 ci ha colto nel pieno di un processo di trasformazione verso il digitale che oggi è sempre più importante: l’heritage, infatti, da solo non basta più, ma deve essere veicolato utilizzando un linguaggio e dei canali specifici per arrivare a dialogare con consumatori di nuova generazione che hanno la religione del web ma magari ignorano l’esistenza di un lifestyle italiano e comprano una felpa perché la vedono indossata da un rapper». Secondo Della Valle «Ci troveremo di fronte a uno scenario nuovo e chi avrà coniugato bene l’heritage con creatività e la modernità sul web sarà ancora in partita. Il nostro impegno è giocare questa partita», dice. E, infine, si pronuncia sull’idea di un nuovo lockdown: «Il sistema farebbe fatica a reggere un colpo così pesante come un nuovo stop».


FONTE: SOLE24ORE



GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA: BOOM DEL COMMERCIO ONLINE

Pubblicato il 08 ottobre 2020 alle 08.10

Il Covid-19 ha dato una forte spinta all'eCommerce: in Italia i volumi di transazioni online negli ultimi 12 mesi sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo nel lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%. Uno scenario che ha visto i "negozi online" gestire una domanda 10 volte superiore nella fase Covid, generando nel 25% dei casi problemi nella logistica, con carenza di prodotti disponibili (26%) e un 18% di casi in cui non è stato possibile recapitare la merce. Difficoltà dovute a un’improvvisa crescita della domanda, nonostante le quali il tasso di soddisfazione dell’esperienza di acquisto è rimasto elevato, anzi, con un incremento importante sia nel periodo del lockdown che in quello attuale: a settembre si è registrato un gradimento da parte dei consumatori online dell’8,5 in una scala da 1 a 10.

Archiviati i problemi di consegna, gli eShopper italiani continuano infatti a esplorare nuove categorie di acquisto online: il 36,4% (+1,8% rispetto ad aprile) ha pensato di acquistare online prodotti che prima aveva sempre comprato in negozio; il 25% (23,3% ad aprile) ha fatto la spesa online; tuttavia, il 42% dei consumatori digitali ritiene che i prezzi siano più alti (erano il 28% ad aprile).

Il distanziamento sociale ha dunque modificato le abitudini dei consumatori online, mentre la consegna contactless - a casa come in ufficio - resta ancora quella preferita da oltre il 93% degli utenti. E l’accelerazione impressa dalla pandemia all’eCommerce non si è arrestata anche dopo il lockdown. Anzi, proprio il periodo successivo ha visto crescere la frequenza all'acquisto online da parte degli utenti del 79%.

Complessivamente i volumi di transazioni online negli ultimi 12 mesi sono cresciuti del 15,4%, il 7% solo nel lockdown, con la richiesta di prodotto aumentata del 10%. Insomma, come emerso nell’edizione speciale di Netcomm Forum Live, in collaborazione con NetStyle e TuttoFood Milano, e in un format interamente digitale, il processo innescato è irreversibile. Con la conseguenza che «il consolidamento di abitudini di consumo sempre più ibride, tra canali fisici e digitali, e la tendenza a preferire modalità di acquisto e di pagamento contactless, mette di fronte le imprese italiane alla necessaria implementazione di tecnologie». Se di vuole restare competitivi dunque la scelta di sbarcare su Internet con i propri prodotti è irrinunciabile.


FONTE: LA STAMPA



CERNOBBIO FA IL TIFO PER DRAGHI: "SAREBBE UNA MANNA DAL CIELO"

Pubblicato il 07 settembre 2020 alle 09.40

Dopo aver visto il Prodotto interno lordo cadere del 12,8% nel secondo trimestre dell'anno, il ministro Gualtieri si aspetta che l'Italia riesca a riemergere dalla crisi scaturita dal coronavirus e dal lockdown con un ritmo superiore a quel che si poteva immaginare qualche tempo fa. "Il rimbalzo del Pil nel terzo trimestre" sarà "maggiore del previsto", afferma infatti il ministro dell'Economia al Forum Ambrosetti di Cernobbio e ritiene che ci sia "un ampio set di indicatori" a giustificare questa fiducia.

 

Già quando l'Istat annunciò il crollo record del Pil, il 31 di agosto, il Mef aveva rimarcato come i dati sulle entrate facessero ben sperare in un "forte rimbalzo" del Pil nel terzo trimestre. Secondo i dati del Tesoro, le entrate tributarie al 20 agosto mostrano un rialzo del 9% e per il Ministro "ci consentono di auspicare un forte rimbalzo del Pil nel terzo trimestre, dopo la caduta del secondo trimestre confermata dai dati odierni dell'Istat che apportano alla precedente stima una revisione molto contenuta".

 

Oggi, Gualtieri è tornato a spiegare che "la caduta media annuale del Pil italiano" non "sarà a due cifre" grazie anche al forte rimbalzo del terzo trimestre. "La stima esatta sarà pubblicata a fine settembre con la Nadef" (Nota di aggiornamento al DEF, ndr) e bisognerà tenere conto delle incertezze del quarto trimestre dovute all'evoluzione della pandemia.

 

Di altri temi caldi ha parlato il ministro in occasione del Forum di Cernobbio. Ha assicurato che il Governo non attenderà la scadenza di aprile ma presenterà "ufficialmente" i progetti per il Recovery Fund già a gennaio "nel primo giorno in cui saranno pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale". Si punta a "investimenti che dovranno avere una organicità per evitare che siano fra loro scollegati". Diverse le aree di intervento citate dal ministro fra cui la "digitalizzazione, l'innovazione, le infrastrutture, la formazione, la salute, la ricerca e la decarbonizzazione". "L'ambizione è alta e l'impegno non è riportarci a quell'Italia di prima crisi che non era forte equa e sicura, ma l'impegno è ritrovarci a uscire dall' emergenza in un paese migliore".

 

"Il Recovery plan - ha aggiunto Gualtieri - ci dà le condizioni, uno spazio anche fiscale, per far entrare a regime una riforma che speriamo anch'essa sia ambiziosa e dia semplicità al sistema tributario e una riduzione del carico anche fiscale, soprattutto per i redditi medi e medio bassi". Il piano europeo, ha ricordato a margine del Forum, "sarà incentrato sugli investimenti che hanno un forte impatto sul Pil, sulla crescita economica vedrete nelle stime a breve. Quindi questa massa di investimenti aggiuntivi ci darà anche lo spazio per far entrare gradualmente a regime una riforma fiscale che strutturalmente si finanzierà con il contrasto all'evasione fiscale e con la riforma del sistema delle detrazioni della tassazione ambientale".

 

 

 


FONTE: REPUBBLICA



GUALTIERI: IL RIMBALZO DEL PIL SARA' MAGGIORE DEL PREVISTO

Pubblicato il 07 settembre 2020 alle 08.55

Dopo aver visto il Prodotto interno lordo cadere del 12,8% nel secondo trimestre dell'anno, il ministro Gualtieri si aspetta che l'Italia riesca a riemergere dalla crisi scaturita dal coronavirus e dal lockdown con un ritmo superiore a quel che si poteva immaginare qualche tempo fa. "Il rimbalzo del Pil nel terzo trimestre" sarà "maggiore del previsto", afferma infatti il ministro dell'Economia al Forum Ambrosetti di Cernobbio e ritiene che ci sia "un ampio set di indicatori" a giustificare questa fiducia.

 

Già quando l'Istat annunciò il crollo record del Pil, il 31 di agosto, il Mef aveva rimarcato come i dati sulle entrate facessero ben sperare in un "forte rimbalzo" del Pil nel terzo trimestre. Secondo i dati del Tesoro, le entrate tributarie al 20 agosto mostrano un rialzo del 9% e per il Ministro "ci consentono di auspicare un forte rimbalzo del Pil nel terzo trimestre, dopo la caduta del secondo trimestre confermata dai dati odierni dell'Istat che apportano alla precedente stima una revisione molto contenuta".

 

Oggi, Gualtieri è tornato a spiegare che "la caduta media annuale del Pil italiano" non "sarà a due cifre" grazie anche al forte rimbalzo del terzo trimestre. "La stima esatta sarà pubblicata a fine settembre con la Nadef" (Nota di aggiornamento al DEF, ndr) e bisognerà tenere conto delle incertezze del quarto trimestre dovute all'evoluzione della pandemia.

 

Di altri temi caldi ha parlato il ministro in occasione del Forum di Cernobbio. Ha assicurato che il Governo non attenderà la scadenza di aprile ma presenterà "ufficialmente" i progetti per il Recovery Fund già a gennaio "nel primo giorno in cui saranno pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale". Si punta a "investimenti che dovranno avere una organicità per evitare che siano fra loro scollegati". Diverse le aree di intervento citate dal ministro fra cui la "digitalizzazione, l'innovazione, le infrastrutture, la formazione, la salute, la ricerca e la decarbonizzazione". "L'ambizione è alta e l'impegno non è riportarci a quell'Italia di prima crisi che non era forte equa e sicura, ma l'impegno è ritrovarci a uscire dall' emergenza in un paese migliore".

 

"Il Recovery plan - ha aggiunto Gualtieri - ci dà le condizioni, uno spazio anche fiscale, per far entrare a regime una riforma che speriamo anch'essa sia ambiziosa e dia semplicità al sistema tributario e una riduzione del carico anche fiscale, soprattutto per i redditi medi e medio bassi". Il piano europeo, ha ricordato a margine del Forum, "sarà incentrato sugli investimenti che hanno un forte impatto sul Pil, sulla crescita economica vedrete nelle stime a breve. Quindi questa massa di investimenti aggiuntivi ci darà anche lo spazio per far entrare gradualmente a regime una riforma fiscale che strutturalmente si finanzierà con il contrasto all'evasione fiscale e con la riforma del sistema delle detrazioni della tassazione ambientale".

 

 

 


FONTE: REPUBBLICA



LAVORO, GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI NON BASTANO: SERVONO CAPITALI PRIVATI

Pubblicato il 07 settembre 2020 alle 08.50

Se c’è un’urgenza accanto a quella della scuola e della sanità, questa riguarda l’occupazione. La crisi da Covid-19 ha sospeso un numero rilevante di lavoratori e ha cambiato le modalità di prestazione del lavoro. La ripresa non sarà per tutti i lavoratori. Occorre utilizzare le risorse disponibili dal Fondo Europeo Sure, non già per finanziare la Cassa Integrazione Guadagni, ma per avviare rapidamente una riforma del sistema di assistenza a chi perde il lavoro. Occorre passare dalla Cassa Integrazione Guadagni a una vera indennità di disoccupazione, con tanto di formazione e avvio a nuovi lavori, anche nel settore pubblico che oggi appare sottodimensionato come addetti, specie per i servizi alle persone.

Un programma per la ripresa

Un programma di questa portata è urgente per affrontare bene la ripresa, mentre si potrebbe lasciare la cig solo per la disoccupazione temporanea e, a mio avviso, questa forma di assicurazione dovrebbe essere interamente delegata alle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese che se la gestiscano e se la finanzino come desiderano e potrebbe quindi uscire dal comparto pubblico, salvo una forma di sorveglianza. V’è poi da organizzare le nuove forme di lavoro in remoto, che si estenderanno pur se non sostituiranno il lavoro in presenza, e occorre favorire la nascita di nuovi lavori e la crescita dell’occupazione. Questo obiettivo, e non potrebbe essere altrimenti, va di pari passo con la crescita degli investimenti e la creazione di nuove imprese. Il lavoro remoto non potrà essere svolto così come lo abbiamo conosciuto durante la fase acuta della pandemia.

Smart working da ripensare

Non tutti i lavoratori possono disporre di strumenti di lavoro e soprattutto di spazi idonei nelle loro abitazioni per svolgere in remoto le loro prestazioni lavorative. Occorrerà trovare forme di indennizzo e/o spazi di co-working per non gravare sui lavoratori. Ma occorrerà anche cambiare modalità di lavoro, procedure e sistemi organizzativi delle imprese, perché il lavoro in remoto sposta l’organizzazione delle imprese da un sistema gerarchico a un sistema decentrato, dove prevale il lavoro per obiettivi rispetto a quello per procedure. Quanto agli investimenti e alla creazione di nuove imprese, sicuramente sono utili sostegni economici, un fisco meno pesante e processi di semplificazione amministrativa, ma un ruolo fondamentale e insostituibile lo gioca il capitale di rischio, perché solo coloro che impegnano e rischiano i propri averi hanno poi la giusta attenzione e la forte determinazione a riuscire, ciò che assicura il successo dell’impresa e la stabilità nel tempo dei posti di lavoro creati.

L’importanza dei capitali privati

Ecco allora che diviene importante che, accanto alle misure di sostegno all’economia, ci siano poi soggetti determinati a investire e intermediari finanziari disposti a rischiare e capaci di valutare i progetti industriali. Un tempo era essenzialmente il sistema bancario a fornire i capitali. Ma, dopo le vicende degli ultimi venti anni, è cresciuto un operatore finanziario non bancario: si tratta di quello che chiamiamo Private Capital, ossia fondi di Private Equity, di Private Debt e di Venture Capital (con tutte le innovazioni che si stanno manifestando) che raccolgono risparmio privato da parte di investitori istituzionali e, pur se in minor misura, da privati cittadini con elevate disponibilità finanziarie e li investono nelle imprese per farle crescere e per remunerare il risparmio così raccolto attraverso la crescita del valore delle imprese in portafoglio.

Dove investe il Private Capital cresce l’occupazione

L'Aifi, associazione che presiedo da alcuni anni, ha svolto una indagine sul rapporto tra Private Capital e Human Capital. Risulta da questa indagine che le imprese partecipate dal Private Capital hanno avuto un rilevante aumento di occupazione e che la quota di laureati assunti è, seppur non di molto, superiore a quella delle altre imprese. Lo stesso vale per l’occupazione femminile. Risulta anche che nel corso del primo semestre di quest’anno i fondi di Private Equity hanno investito nelle imprese in portafoglio soprattutto per aumenti di capitale volti anche ad acquisizioni per una crescita dimensionale.

Nuovi processi per le Pmi

Insomma, l’Italia delle piccole imprese necessita di capitali per affrontare le nuove organizzazioni del lavoro, per investire in nuovi processi e per accrescere la capacità produttiva, per creare nuove imprese che saranno domani gli assi portanti della nostra economia. Tutto questo non può essere fatto con capitali pubblici, specie per un paese, come il nostro, dove elevato è il risparmio privato, spesso investito in titoli che rendono poco o investito in imprese straniere mentre quelle italiane potrebbero dare rendimenti anche superiori. La crescita del Private Capital in Italia è la via per apportare nuovo capitale alle imprese e, quindi, è la via per far crescere la nostra economia e consentirle di affrontare i molti cambiamenti del dopo Covid-19.

  


FONTE: SOLE24ORE



UNIMPRESA: GOVERNO SENZA POLITICA INDUSTRIALE. IL PIL FINIRA' L'ANNO SOTTO I LIVELLI DEL 2000

Pubblicato il 01 settembre 2020 alle 09.15

La pandemia è stato un evento straordinario, dagli "effetti nefasti" ma a ben vedere si è venuto ad aggiungere alle "carenze strutturali" del sistema economico italiano, che "negli ultimi vent'anni non ha avuto uno straccio di politica industirale". Ecco perché, immaginando un crollo del 12% del Prodotto interno lordo italiano alla fine del 2020, il reddito nazionale "tornerà alla fine dell'anno sotto i livelli del 2000, quando l'economia del nostro Paese cresceva del 4%". Quando, per intendersi, nelle orecchie risuonava Californication dei Red Hot Chili Peppers, l'Italia era impegnata nel Giubileo, la Lazio vinceva il suo secondo titolo di Campione d'Italia.

 

In questo ventennio il ritmo di espansione si è via via affievolito (era il +1,8% nel 2010) e l'inflazione è passata dal 2,2% del 2000 all'1,8% del 2010, mentre quest'anno dovrebbe fermarsi poco sopra soglia zero (0,2%): lo sanno bene le banche centrali. In calo gli investimenti, dal 20,8 del Pil del 2000 al 18% del 2018, mentre resta alta la quota di risparmi, stabile sopra il 20% del reddito nazionale.

 

Questi i dati che il Centro Studi di Unimpresa mette in fila sul ventennio 2000-2020, proprio per denunciare l'assenza di una politica industriale che ha tarpato la crescita e di lì messo anche ulteriore pressione sul fronte della finanza pubblica: "Il debito pubblico si attestava al 91% del Pil nel 2000, al 112% nel 2010 e, alla fine di quest'anno, dovrebbe salire fino al 150-160%; tra il 2000 e il 2020 la spesa per la previdenza e per le pensioni è passata dal 15% al 22% del Pil. L'unico elemento positivo è quello relativo all'occupazione: il tasso di occupazione era al 57,2% nel 2000 e oggi si attesta al 63,2%, anche se questo dato non tiene conti degli inattivi e di quanti, smettendo di cercare un impiego, escono dal mercato del lavoro, restringendo, così, il bacino dei potenziali lavoratori".

 

Il quadro commentato dal segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro, è pessimo. Secondo Lauro nel 2021 la prospettiva è di recuperare solo una frazione del -12% che si registrerà quest'anno. "L'esclusione dal lavoro tra disoccupati e inoccupati ha raggiunto i limiti della tollerabilità, molte imprese hanno dovuto chiudere i battenti e ben difficilmente li riapriranno, i redditi si riducono, i debiti insoluti stanno aprendo voragini nei bilanci delle banche e il debito pubblico viaggia verso vette da cui non si può scendere senza farsi molto male". Ai governi Conte, "paralizzati da programmi contraddittori", Unimpresa imputa di non essersi "neppure posto il problema di definire una politica industriale. Il governo attuale, inoltre, travolto dall'emergenza epidemica, ha finora cercato di tamponare la crisi ricorrendo a interventi in tempi normali incompatibili con un'economia di mercato concorrenziale, varando soltanto misure tampone e rivelando una totale mancanza di strategia per l'uscita dal baratro in cui siamo caduti".

 

 

 


FONTE: LA REPUBBLICA